Le distanze incolmabili



Io credo che molto faccia la distanza. Per alcuni aspetti serve a capirsi, ad avere una prospettiva migliore, per altri è un modo per allontanarsi definitivamente. Per capire ad esempio l’abisso che separa i politici dalle persone comuni, basterebbe semplicemente viverci, con le persone comuni.

È proprio tra i vicoli lontani di città che si percepisce una vera anima non stordita, con l’ottundimento dei centri commerciali. È nei centri storici, dove si respira l’aria di chi da generazioni gestisce lo stesso negozio e contrasta col grande impero lontano della merce scadente.

Tra i quartieri, dove ci si conosce tutti, e spesso lo spacciatore e lo studente universitario da bambini erano solo compagni di giochi.

Se si vuole avere il sentore della vera capacità di tirare avanti, bisogna avere il polso del povero, con un battito debole ma vivo.

Qualche giorno fa camminavo nel centro storico di Genova, e sono entrato in una cartoleria. Uno di quei negozi che il torrente Fereggiano ha spazzato, massacrato e ridotto in poltiglia, durante l’ultimo alluvione.

Dovevamo comprare della carta regalo, un euro e qualcosa di spesa. La signora del negozio si è scusata per l’esitazione nell’emettere lo scontrino. Poi ha parlato, come chi a volte non ce la fa più e si confida col primo che passa. Le sue parole sono state: “scusatemi, ma ho il registratore di cassa nuovo, non ci ho ancora preso la mano, ne avevo uno vecchio da una vita, ma l’alluvione si è portato via anche quello, oltre il negozio. Pensate che era periodo scolastico e avevamo il negozio pieno di libri di testo, tutto distrutto. Non abbiamo conosciuto feste, sabati e domeniche, per rimetterci almeno in piedi”.

Avevamo i brividi lungo la schiena, a metà tra il rispetto e il non saper cosa dire. Ma percepivamo una dignità in pericoloso equilibrismo con la disperazione, oltre a un negozio reso passabile in fretta per far rientrare i clienti.

Appena uscito ho pensato a chi, fregandosene della loro situazione, sta emettendo tasse e tributi da pagare. Parliamo di persone che avevano contratto mutui per far fronte all’alluvione di quattro anni prima. Che si ritrovano a terra e in più tassati, anche per l’acqua spesa per pulire.

Appena uscito mi sono chiesto quanti politici avessero effettivamente guardato questi cittadini negli occhi, quanti hanno davvero capito la disperazione, che non lascia scampo.

Se hanno capito che dietro l’ennesima tassa ingiusta può nascondersi un potenziale gesto fuori posto.

Non so se hanno capito, io di sicuro, ho capito di cosa è riempito l’abisso che separa gente che mangia e specula dagli onesti. Di egoismo e merda. Sempre in maggiore quantità. E mi si perdoni il francesismo.

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