Felini e umani che restano indietro




A casa nostra a Palermo, in famiglia sono sempre transitati tanti animali. Il luogo si prestava, avevamo anche un giardino, e stavamo in un quartiere ad alta densità gattesca e a basso reddito procapite. Diciamo che uomini e animali passavano le stesse paturnie. Incominciammo con due cani, Buck e Ruggine. Buck sembrava un cane di razza. Quando ci domandavano se fosse cane da caccia rispondevamo puntualmente che era "cane da scassamento di minchia". Poi fu la volta dei gatti, che se fosse esistito facebook allora, mi avrebbero procurato una rendita perenne. Noi di gatti in casa ne avevamo due di default, ma capitava spesso che in giardino i ragazzini del quartiere ce ne lasciassero altri, il più delle volte cuccioli, con cui giocavano e poi li lasciavano dove capitava. Finchè mio padre ebbe la felice idea di dire a una intera enclave di mocciosi riuniti: "piuttosto che farli morire lasciateli nel nostro giardino, ci pensiamo noi", capirai, li ha invitati a nozze. Per anni casa mia fu un centro di smistamento felino. Ovviamente non potevamo tenerli tutti. E trovavamo a chi darli. Tra le tante storie che ci capitarono, ci fu Alfredo, un gatto arrivato già grande che non ne voleva sapere della vita domestica. Mio padre lo chiamò Alfredo dal nome di suo zio. Che da bambino, se non gli davano subito da mangiare, usciva nell'androne e urlava a tutto il condominio: "mi lassanu riunuuuu", ovvero "mi lasciano digiuno", una capacità di tragedia che lo portava ad ottenere quello che voleva. Alfredo (felino) faceva la stessa cosa, o si mangiava subito, o sembrava che lo stessimo brutalizzando. Ebbi un gatto che poi scampò alla strage di via D'amelio, lo affidai a una famiglia che abitava lì. E al momento dell'esplosione non lo trovarono più. Si era nascosto dietro il frigo. E poi tanti gatti che abbiamo tirato su con un peluche di scimmia a fargli da mamma per cercare di non farli sentire abbandonati, salvo poi arrenderci e farli dormire con noi. Di ognuno di loro ho un bel ricordo, perchè il loro abbandono e il nostro soccorso, mi hanno insegnato a essere attento a chi resta indietro, e a cercare di aiutare se posso. Mi ricordo in particolare un gatto veramente ridotto male, era stato preso di striscio da una macchina, e non muoveva bene il collo, in più le altre ossa non erano ridotte meglio. Un trattato di patologia gattesca. Lo trovammo per strada, io scesi dalla macchina e lo presi. Mio padre mi guardò e capì che non lo avrei certo mollato lì. Ma cercò una timida forma di ragionamento, mi disse che già avevamo tre gatti in casa ( i gatti di default erano aumentati, per un salvataggio non collocato), e che così ridotto quel gatto non avrebbe trovato padroni. Gli risposi "se si vuole bene chi è sano, bisogna amare doppiamente chi non è in grado di bastare a se stesso, vorrà dire che ci metteremo più attenzione nella sua cura, e non sei tu che mi hai insegnato che chi lascia un animale non è nemmeno buono con gli esseri umani?", il gatto, forse capendo che peroravano la sua causa si accucciò in mare di fusa. Mi ricordo che ripartimmo. In silenzio. Dopo qualche anno, mentre mi prendevo cura di lui per una cosa seria e senza uscita, mi disse: "avevi ragione, chi rimane indietro, perchè non ce la fa, o perchè sta male, va aiutato, e questo a prescindere dalla forma animale che riveste, come quel gatto che hai soccorso". Quel gatto trovò una bella famiglia, che lo accudì, fottendosene altamente che non fosse come gli altri. Tanto nessuno corre e nessuno va piano, abbiamo tutti una andatura, da adattare a chi resta indietro. Se si può.

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