L'importanza degli asterischi nel nostro circo



Fu la prima cosa che mi scrivesti, leggevi i miei racconti, passavi spesso, ma era un silente esserci:
"se avessi saputo l’effetto che scatenavo, avrei messo un asterisco". Parlavi di un cuore messo sotto un mio piccolo pensiero sulle donne, su facebook. Avevi scelto quel simbolo spontaneo, dopo ne misero altri quasi in sequenza.
Ci coglievo ironia, ma anche voglia di dire da subito, quasi inconsciamente: “io non sono come le altre”.
Avevi ragione, ma non lo sapevamo. Piano piano non sei più stata come le altre, non lo sei mai stata. Non lo era nemmeno lo scenario, due persone che in un momento di reciproca tirata di somme, capiscono che è molto triste San Valentino, di per sè. Una festa che spesso induce all’ipocrisia, al trionfo della voglia di distinguersi e dimostrare che non si è ipocriti. C’era anche il festival di Sanremo in Tv. Più triste di così…
Eppure quella conversazione di due animali diffidenti me la ricordo bella, stanante, senza secondi fini. Mi ricordo che da quel momento non ho mai considerato sprecato un giorno, che non so come, ma da quell’asterisco, abbiamo cominciato a portare le nostre vite l’una nelle residenze, nei confini inviolati, nelle paure dell’altro. Senza mai un sorriso somigliante a una paresi, senza mai dare un sapore orribile alle tristezze, allo sconforto. Se è vero che i sentimenti si capiscono nelle piccole cose, vedo la nostra storia più bella negli angoli nascosti, che non nella evidenza degli spazi che condividiamo. Quello che siamo viene fuori da come occupiamo lo spazio delle nostre familiarità, è nel vedere come ti muovi familiare a casa mia che capisco che non eri qui solo da adesso. È nelle tue parole che non ti rendi conto che metto da parte, acchiappandole al volo, nei tuoi discorsi sulla mia dignità ferita, ma non morta, nei tuoi gesti di organizzazione amorevole, nel tuo preoccuparti, nelle tue lacrime, quando sembrava che finalmente ci fosse la fine di un incubo e di permanenze forzate fuori dal lavoro.
Nelle tue malinconie velate, perchè io e te siamo casinari, ma non riusciamo mai ad essere veramente felici fino in fondo, me lo dicesti tu: “ a me e te resterà sempre una malinconia di fondo”. Come un residuo bello e dolce al ricordo, nel vino fatto senza schifezze, quello di paese. Ti ho trovata quando raccontavi di tua nonna. E le tue lentiggini non mi sono mai sembrate così di bimba quando me ne parlavi, ti ho trovata nelle tue tristezze che avrei desiderato non avessi mai, conoscere il lato oscuro degli uomini, quello delle loro insicurezze che passano ai fatti, alle mani. Se potessi asporterei quel dolore, ma fa parte di te. Anche le brutture decidono l’inclinazione dell’arco che formerà il nostro sorriso. Lo sappiamo bene. Ti ho trovata nelle marmellate, nel cibo che prepari. E sembra una cosa da nulla, ma è la strada della salvezza, per chi col cibo stava facendone strumento di morte, come me. Una bella malattia col nome inglese.
A pensarci bene sembriamo circensi. Per le acrobazie che facciamo nel vederci, per gli equilibri che teniamo, spostando continuamente il nostro asse di sogni e certezze.
Siamo circensi che hanno giocato con un asterisco, di solito si mettono in fondo alle pagine, per spiegare meglio un concetto, noi lo abbiamo messo all’inizio.
Siamo circensi che non giocano, anzi fanno maledettamente sul serio, contro ostacoli, belve feroci, il pagliaccio e la ballerina, l’espressione e l’armonia.
Grazie di aver scelto di giocare con quell’asterisco in quel giorno. Ogni giorno.

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