Persona


Persona. In latino significava “maschera”. Proprio così. Un ruolo teatrale, un termine che entra nel nostro quotidiano e comportava già il fingere. Il non essere se stessi. Mi trovo a correre i miei chilometri tra fiumi e argini. E penso. Correre mi piace, perchè è la frontiera del mio non confessare. Corro e ascolto canzoni, e penso. E mi commuovo come non farei facilmente, pensando a quello che spesso mi fotte di una paura che però fa andare avanti. Non sono più una “persona”, una maschera. Siamo in una epoca di finta pace. E ce lo dice qualsiasi segnale che intercettiamo controvento. Gente. Non più persone. Ma quando siamo diventati “persona”?
Forse quando abbiamo cominciato a trovarci ridicoli nel lasciar andare libera la nostra parte infantile. Quando abbiamo lasciato che una vita non nostra affondasse il chiodo. Da bambini con un pallone in mano ci dicevamo “facciamo che io ero Maradona e tu Platini”, ora invece ci chiediamo solo cosa siamo diventati. C’è una bella canzone di Davide Van de Sfroos, La macchina del ziu Toni. Strano che un palermitanazzo come me ascolti Rock comasco, ma fa parte di quelle commistioni che ci fanno essere soriani. Per non dire bastardi. La canzone parla di un ricordo da ragazzino, quando dentro una macchina sghangherata e senza ruote si ascoltava musica e si leggevano gli stessi giornalacci che si trovavano dal barbiere di fiducia. Però si era qualcosa, si aveva un vento diverso che scompigliava le idee. Col tempo, dice la canzone impariamo a muovere la coda e far andare la scopa. Ci facciamo i tatuaggi da Maori, ma abbiamo nostalgia di quando giocavamo a pallone da piccoli, e balliamo una danza ipocrita, vestiti bene,mentre firmiamo carte e mutui, facciamo a tocchi le giornate come sushi, ma l’odore che resta non è mica buono. E stringiamo compromessi. Io non so se anche solo avere la percezione di dove siamo, come nelle mappe serva a qualcosa. Se serva dire “voi siete qui”. Ma se serve, è già sostanza stupefacente naturale, provare a scrollarsi di dosso qualche calcinaccio e dilatare le pupille stando attenti al circondario, come i veri soriani. A me il circondario dice che ho recuperato il mio ridere di cuore. Reano undici anni che non ridevo come rido in questi ultmi due. E le cicatrici e le ferite nel frattempo non mi sono mancate, ma ho imparato come dice la canzone, che certe volte “me basta, tutt quel che g’ho”, mi basta tutto quello che ho. E chi ho. Non è tanto, ma è tutto. Appunto.


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