Sconfitta e rinuncia


Ci sono storie che rendono un concetto meglio di ogni spiegazione, e immagini altrettanto. La foto che vedete è l'esatta definizione di una differenza. Quella che intercorre tra una rinuncia e una sconfitta. Fino a diventare qualcosa di più. Questa è una storia non di calcio, anche se ha inizio da una partita. Il 26 maggio del 1999, c'è la finale di Champions League. La vecchia coppa dei campioni. Si affrontano Bayern Monaco e Manchester United. Alle 20. 45 si inizia, alle 20.50 il Bayern segna e gela la partita. Si va avanti per tutto l'incontro con quel gol. Pian piano i minuti passano e i tedeschi vedono avvicinarsi la "coppa dalle grandi orecchie", come viene chiamata. Siamo al novantesimo, ci sono solo tre minuti di recupero. In quei tre minuti l'allenatore del Manchester intuisce che ci sono due strade. O rinuncia a tutto e lascia chiudere l'incontro, oppure se sconfitta deve essere che almeno sia eroica. Fa due cambi poco prima della fine, fa entrare due lupi scafati che ne hanno viste tante, si chiamano Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjaer. Ha quattro attaccanti per gli ultimi minuti, un vero assalto. In più ordina anche al suo portiere, un bulldog biondo danese che si chiama Schmeichel, di buttarsi nell'area avversaria a provare anche lui a segnare. Altro che chiudere con dignità, se sconfitta deve essere che arrivi sbattendoci la faccia, a costo di rendersi ridicoli. E accade l'impensabile, al primo minuto di recupero c'è un calcio d'angolo per il Manchester. La palla arriva in mezzo, il portierone biondo che è andato all'attacco colpisce di striscio la palla, quel tanto che basta per far fuori due tedeschi, la palla esce, e un certo Giggs, che col destro non sale nemmeno sull'autobus, in piena disperazione tira sghembo di destro, la palla ritorna in area dove c'è Sheringham, uno dei due cambi della disperazione, gira da pochi passi e pareggia. Il dramma sportivo è tutto lì. Potrebbe bastare, invece no, ultimo giro di lancetta, altro angolo, Sheringham colpisce e arriva Solskjaer, l'altro cambio, che di punta la scaraventa in rete. Vi avevo detto che non era una storia di calcio. Perchè questa storia insegna, o mythos deloi, che c'è differenza tra sconfitta e rinuncia. Prima di tutto è una differenza estetica, la rinuncia è incartapecorita e acida, si ripiega su se stessa, vive di alibi e di ricerca di colpevoli, è sempre colpa di qualcun altro se si è rinunciato. La sconfitta è a suo modo bella, affascinante. La prendi in piena faccia, lascia lividi che fanno curriculum, e insegna, insegna tanto. La rinuncia non fa fare nemmeno la strada, la sconfitta vede la fine a schiena dritta, e ci ha sputato sopra tutto, su quella strada. Si può perdere qualcuno o qualcosa, e quella è sconfitta, lo dice la parola stessa, perdere, ma rinunciare, per mancanza di coraggio, a qualcuno o qualcosa, è quanto di meno bello possa esserci, Meglio una bella sconfitta che una rinuncia maleodorante. Ecco perchè forse, quando si vuole perdere avendo dato tutto, alle volte quel coraggio stravolge ogni pronostico. E una sconfitta dignitosa diventa un mix di coraggio e colpo di culo. Che la trasforma in qualcos'altro. E in questa foto, del gol di Solskjaer, si coglie la differenza, tra chi rinuncia e chi ancora ci crede, per coraggio. Chiedere a Teddy e Ole per saperne di più, di questo coraggio.



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