Accidenti ai tuoi gusti musicali


Inutile, posso girarci intorno, posso fare distorcere i ricordi, estenderli come una treccia di liquirizia di quelle belle gommose.
Sempre lì torniamo.
Tu eri portiere, io il centrale di quella squadra di calcetto. Quella che arrivò in finale al torneo del liceo.
Cominciammo lì a capirci senza parlare. Avevamo un sistema infallibile, ci fregavano raramente. Tu uscivi dalla porta e io facevo finta di sparire, se la prendevi tu era fatta, ma se ti superavano e pensavano di avere la porta libera, c’ero io nascosto dietro la tua mole da Kung fu Panda.
L’esclamazione era sempre la stessa, “e quest’altro da dove minchia spunta??”. I primi tempi paradossalmente ero io più voluminoso di te, poi col tempo io sono diventato magro e tascabile, tu grosso e protettivo come un grizzly buono, o come un panda, appunto. E sempre a calcetto giocavamo.
La nostra amicizia cominciò così. Anche se quello schema, nella finale del torneo mi costò due pallonate violentissime. Una in faccia e una tra i gioielli di famiglia, consecutive. Poco danno, direbbe qualcuno. Ma quel gol l’ho salvato. Non è bastato. E non è bastato rompermi il naso e continuare la semifinale sanguinante.
Non è bastato perchè non ci sei sempre. E non ci sei che ho imparato a fare a meno di te, superarti in curva nei mali della vita.
E poi tornare e doppiarti e ripartire.
La sede della partita di Champions era casa tua, dove non me ne sarei mai andato, e quella stanza incasinata, quel disordine, monumento alla immutabilità della tua vita.
Sei colui che rimane aggrappato alle certezze che hai trovato vent’anni fa. E non hai più mollato, sei il mio giapponese rimasto occultato nella sua foresta anche dopo la fine della guerra.
Adesso che siamo lontani non ci sentiamo spesso, ma se torno a Palermo, sai già che “casa” è trovare te all’aeroporto.
Sai già che il non farti sentire, viene derubricato da reato da pena capitale a semplice rampogna.
Basta che tu mi dica “andiamo a Mondello”.
Ti ho battezzato il mio “amico visivo”, perchè se non mi vedi, non ricordi che io sia in giro. Tra me e te ho messo figlio, matrimonio, divorzio, compagna, ma tu non ti sei mai allontanato, nemmeno dopo tutte le fidanzate, mie e tue. Oddio, su una hai vacillato. Ma è caduto in prescrizione.
Sei stato il forziere delle mie confidenze, l’amico che faceva sfogare le mie zite (fidanzate). Per un periodo invidiavo tutto di ciò che avevi. Ricordo il mio livore nel saperti proprietario di nuove console di videogiochi. E sempre partite di calcetto. Tante, ovunque.
Sei stato un mio riferimento, incredibile come adesso le cose siano cambiate, incredibile come la mia autonomia e i fronti dove ho combattuto mi abbiano reso l’essere più autonomo. Costretto ma anche cosciente. Adesso se ti guardo sorridere mi torna la mente ai nostri vent’anni. E mi ricordo di avere un posto per te, che nessuno ti toglierà mai. Se non un cataclisma, e tu lo sai e te ne approfitti, di questa permanenza ineluttabile. Non si dimenticano gli amici, un tuo malessere mi fece tornare precipitosamente a Palermo, sei tu che mi hai fatto far pace con la mia città, troia e puttana che non mi voleva a lavorare.
Ti perdono tutto, in nome di una amicizia in cui forse a volte, credo solo io.
Ti perdono quasi tutto. Accidenti ai tuoi gusti musicali.
Perchè le canzoni che ci hanno accompagnato in quei tempi le decidevi spesso tu, e tu hai detto “sembriamo noi”, in alcuni pezzi di un gruppo. E in effetti sembravano parlare di noi, del nostro essere amici veri.
Ma non ti perdonerò mai, perchè quando le ascolto adesso, mi commuovo pensando alla nostra amicizia, ma dovrei piangere per le canzoni che mi hai lasciato come colonna sonora.
Ti perdono quasi tutto, tranne “gli anni”, “rotta per casa di dio” e “la dura legge del gol”. Le canzoni che dicevi ci somigliassero.
Ti perdono tutto. Tranne gli 883 e Max Pezzali. Accidenti a te. Ti voglio bene.


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