Diario di bordo di un addio




Ti scrivo da questo deserto, in cui siamo in direzioni opposte. Mi sembra impossibile che quella piccola lacerazione fosse così importante. Una volta mi spiegarono il cancro del vetro. Se non ho capito male era un punto, l'unico punto debole che può portare il vetro in mille pezzi. Ma non è un punto definito, puoi menare fendenti quanto vuoi e non trovarlo. Oppure puoi colpire una volta e mandare tutto in frantumi. Quel cancro è fatto spesso di spiegazioni non date. Te ne ho chieste tante, fino a smettere, tranciare l'abitudine di scoparmi da solo un punto interrogativo che tu rifiutavi. La tua bontà era un vestito che mi doveva andar bene, pena la scomunica. Non sei nulla perchè sei il feticcio di tutto quello che ha rappresentato il mio non capire. Il vento solleva le lettere che non hai mai scritto, le spiegazioni che non ho mai avuto da te. Con te ho imparato l'arte del sorriso a tutti i costi, ma non ho mai saputo adottarla quando serviva. Una sera ero in macchina, stavo per dirti tutte le mie paure, quello che finalmente aveva la coerenza di un mosaico finito. Ti ho chiamato, fermandomi, mi hai detto che non avevi tempo. E io quello volevo da te. Tutto il tempo che ti ho dato. Le promesse che ho mantenuto senza che ti chiedessi ritorno. Volevo il tuo tempo prima di decidere se uccidere quello che non ho più avuto il coraggio di dividere con nessuno. Hai trattato le mie paure come cronaca di un giornale dozzinale, hai derubricato a vuoto reati che ci siamo fatti. Ora ti intravedo in questa miniera ormai esaurita. Non c'è più spazio nè linfa per i tuoi alibi. Per il tuo sentirti vittima di chi ha solo cercato di non annegare con te. Sei un cancro del vetro ormai in metastasi, mi spiace, non ti voglio un bene dell'anima.

Diario di bordo di un addio
Ad Malora.

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