Il momento giusto secondo mia zia




Per rendere l’idea devo dirvi lo scenario.
Siamo a una manifestazione letteraria, importante. Vengono invitati scrittori di varia levatura. L’obiettivo è quello di creare una mappa letteraria a Palermo. Ogni strada avrà un autore che ne ha parlato. Per sempre.
Io ho avuto l’onore di essere in questo progetto. E sto per leggere un mio racconto. Ma non è questo il bello.
Il bello è che ci sono spettatori. Tanti. Quindi l’emozione è forte.
Il bello è che prima di me legge una delle scrittrici più apprezzate del panorama italiano, Simonetta Agnello Hornby.
A chi mi chiede come mi sento a leggere dopo di lei, dico che ho la stessa sensazione di un calciatore anonimo che sta per sostituire Maradona in uno stadio gremito che applaude solo lui.
Ed è qui che interviene il fattore esogeno-parentale.
Immaginate la concentrazione, immaginate un uomo che si sente comunque onorato, ma anche leggermente teso per quello che sta per fare. Ove “leggermente” è un eufemismo. Avevo due trote salmonate appena pescate al posto delle ascelle, avevo punti in cui sudavo, in cui non pensavo ci fossero zone del corpo umano catalogate.
Chi mi sta vicino e mi ama, mi incita, mi fa coraggio, è lì con me.
I miei amici stanno in religioso silenzio, capendo la mia tensione.
Lei no. Lei non riuscirà mai a capire che anche questi sono momenti di riconoscimento professionale, di dignità umana.
Ma non è cattiva. È che mi vede sempre bambino. Per lei scrivere è un gioco, o poco più, per lei portarmi al parco alle giostrine a 5 anni, o venire a vedere una manifestazione letteraria in cui leggo dopo un autore importante è la stessa cosa. Non posso essere cambiato, non può essere così serio il contesto in cui sto per essere lanciato.
Mia zia.
La donna più ingenuamente arroccata in una visione distorta del sottoscritto.
Se volete rispetto da qualcuno, probabilmente se siete credibili lo otterrete, ma c’è una categoria di persone che non vi darà mai, mai, mai il rispetto che urlate a gran voce di pretendere. Sono i parenti, i genitori e i collaterali, perchè loro vi hanno cambiato il pannolino, e voi non siete cresciuti, siete solo più grossi, ma una pianta di cachi, piccola o grossa, sempre di cachi resta. E voi uguali siete restati ai loro occhi. Voi avete ancora paura del buio, voi a diciassette anni non dovete accettare caramelle dagli sconosciuti (non scherzo, me lo ha detto davvero). Voi non farete mai qualcosa di grande, finirà sicuramente male, e se non è andata male lo farà a breve e comunque copritevi bene che c’è freddo.
Sono queste le occasioni in cui mi spiego perchè tra me e il residuo della mia famiglia, metto chilometri di distanze, da colmare a piccole dosi e con una carica di pazienza pari al doppio di quella del Dalai Lama.
Quel giorno, a pochi minuti dalla lettura, mia zia era preoccupata.
Mi aveva fatto un regalo di compleanno, che avevo messo in borsa.
Lei non stava pensando al fatto che tra poco toccasse a me leggere, pensava che il regalo che mi aveva fatto non era custodito bene.
E non poteva tenersi questo cruccio, mentre io stavo per fare una delle cose abbastanza importanti della mia vita, sostituendo Maradona, no. Lei doveva dirmelo subito, noncurante che se mi avessero ficcato un pezzo di carbone nel culo, per la tensione avrei cagato un diamante.
Quella che segue è la descrizione di un fatto cruento, sconsigliato a chi non ama la vista del sangue.
Lei mi tocca la spalla, mi chiama, manca pochissimo a leggere, per me.
Io mi volto, con la faccia di chi dice: “o è veramente importante oppure espatria, prima di parlare”.
Lei mi dice “ti perdi sempre tutto, non è meglio che il regalo lo dai a Linda che lo tiene meglio? Ho paura che te lo perdi”.
L’ho guardata. Come può guardare con tenerezza un killer, un ghepardo che ha ghermito l’inerme gazzella.
Credo sia molto artistico e talentuoso, riuscire a ruggire un improperio a una parente, con un tono talmente basso da risultare udibile solo a lei, ma con voce da Poltergeist. Non so se ho raggiunto lo scopo. Spero di sì.

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