Le armi alla mandorla di mia nonna


Ho letto la curiosa notizia di una nonnina che ha avvelenato la sua famiglia. Non volontariamente, ma dandogli della cioccolata da bere vecchia di venticinque anni.
Voglio intanto sperare che nessuno dei membri della famiglia abbia dato un’occhiata alla confezione. Magari si sarebbe insospettito nel vedere un faraone che beveva di gusto la cioccolata.
Magari la cioccolata per la nonnina era un regalo prezioso, con tanto di autografo: “questa è per i dolci momenti passati insieme, con affetto, sempre tuo, Camillo Benso Conte di Cavour”.
Ora, sfottò a parte, la nonnina a me ha provocato solo dolcezza, senza nemmeno assaggiare la sua cioccolata diarroica senza volere.
Mi immagino l’amore e l’affetto con cui ha voluto elargire qualcosa alla famigliola. Insomma non riesco a criticare.
Anche perchè nella mia famiglia ho avuto un esemplare simile, solo ora, leggendo questa notizia ho capito il pericolo scampato.
Mia nonna.
La credenza di mia nonna, alla sua morte è stata trasportata così com’era al museo egizio di Torino, da una equipe di archeologi. Troppo prezioso il contenuto per poterlo anche solo prelevare.
C’era una confezione di kinder cioccolato, il cui celebre volto del bambino era di un fanciullo del mesozoico ritratto su roccia a carboncino. Il contenuto era del cioccolato al latte risalente alla seconda età del bronzo, di cui lo stesso cioccolato era ricoperto per fare da stagnola.
L’Orzo bimbo era cresciuto, stava a fatica dentro la credenza stessa, era lì da tanto tempo e la scritta era mutata, diventando Orzo anziano.
Il suo olio era stato prelevato in terra santa dai Templari.
Il pane, se si fosse avuta la malaccortezza di mangiarlo era talmente duro, che gli uccellini sapevano bestemmiare in otto lingue di cui due morte, qualora gli fosse stato dato come pasto.
Un etto di prosciutto, di cui il sottoscritto era ghiotto, durava così tanto che se lo portavi davanti a un maiale si commuoveva, da tanto che non ne vedeva uno.
Le caramelle erano ottimi proiettili anticarro. Talmente erano dure.
Ma era tutta la cucina di mia nonna a non brillare per modernità, ricordo che aveva una immagine del papa, Innocenzo III, e una bibbia con dedica: “A Cristina, con affetto, Dio”.
Ma l’eccellenza, mia nonna la raggiungeva nelle riunioni di famiglia, ove tutti eravamo cavie. Tralascio le sue capacità culinarie per chi ha lo stomaco debole.
Il momento del dolcetto da offrire col caffè era tragico. Mio padre e io ci scambiavamo sguardi di puro terrore.
Lei, a cadenza semestrale andava ad Acireale, da amici. Lì comprava UNA confezione di paste di mandorla.
E non ammetteva che una volta portata, venisse consumata prima che lei tornasse a ricomprarla. Per cui la nascondeva per mesi. In cui le paste di mandorla, freschissime al momento, indurivano.
Fino a che lei non reputava opportuno offrirle. Il che dava luogo alle più svariate forme di occultamento delle stesse, da parte nostra, che non potevamo rifiutare per non offenderla.
Mio padre sembrava in preda ad ascessi, teneva questo bolo di ferro-cemento da un lato della bocca, pareva dal dentista e dolorante.
Tra tutti il più fantasioso ero io. Riuscivo a palleggiarla sotto il tavolo, fino a che non la infilavo dentro una manica. Due le ho infilate dentro un mobile, dietro a stoviglie che non usava mai. A volte con i denti ancora giovani che avevo, riuscivo a spezzarla in due parti, che portavo sulle guance con un curioso effetto-criceto.
Una volta mio padre volle provare a lasciarla semplicemente cadere. Il rumore fu quello di un foratino che cede rovinosamente.
Per fortuna questo rituale durò ragionevolmente poco in rapporto alla semestralità del supplizio.
Stavo esaurendo il repertorio di occultamenti e mi restavano solo i luoghi della disperazione. Lascio alla vostra fervida immaginazione le soluzioni atroci che mi attendevano. Salvo per miracolo.

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