Ogni cosa al suo costo




Quando ero piccolo davo molta importanza al tatto. Lo so è una banalità. Ma mi vengono sempre ricordi infantili in questi casi. Come quando ho capito che mi piacevano i tappi di sughero.
Li chiamavo “iuno”. Uno. Sicuramente perchè papà e mamma mi davano in mano i tappi e provavano a farmi contare. Uno, due…
Al tatto il sughero mi piaceva, e mi piacque ancora di più, quando mio padre faceva il presepe. Non aveva nulla di sacro per me, semplicemente era uno scenario gratuito che avevo per un mese dove fare le mie battaglie galattiche con i micronauti. Non potevo certo chiedere di meglio.
Il sughero mi attraeva per la sua incapacità ad affondare, potevi spezzarlo, piegarlo, calpestarlo, bruciarlo, ma non potevi affondarlo. Il legno sì. Dai e dai a volte andava giù.
Mi è piaciuto sempre, più della plastica, così camuffante, protettiva ma anche disadorna, priva di grazia. Assolveva la sua funzione alimentare o conservativa e basta. Senza la minima delicatezza.
Sapeva di industria. Di cosa in serie priva di amore.
Ho amato la terracotta.e il suo tenere fresco vino o acqua, mi piace ancora adesso metterli in un contenitore di terracotta.
E poi proprio quella sua composizione, terra-cotta. Istinti primari di artigianato.
Il legno lo amo per la sua resistenza. Preferisce cambiare, ingrassare e seccarsi, piuttosto che dire “non servo più”.
Il vetro è bello, ma va in mille pezzi al minimo gesto di indelicatezza.
Forse è vero che bisognerebbe prendersi per assomigliarsi, o assomigliarsi per prendersi.
Tra presepi e poltrone di pelle vi ho visti parlare e non solo.
La cosa vera è che ci siamo bastati da soli. Tutti e tre. Ognuno con la sua strada. Fatta di esistenze separate ma unite da un tetto.
Mi avete insegnato termini che dimenticherei volentieri, fatti delle vostre parole grosse.
Ma anche il senso civico, la cultura e la lotta per chi ha diritto ad ad avere diritti.
Io sentivo il mio cuore di sughero, ma ancora intero.
Forse perchè ho rimosso, o forse perchè mi sono ribellato. Ma ero arrabbiato.
Grazie a voi ho capito una cosa. La rabbia è figlia dell’essere ancora figli. Le nostre ire, scaricate contro chi ci è compagno o figlio, sono le nostre voci non ascoltate da bambini.
La rabbia infatti è di melma, se proprio dobbiamo dargli una sostanza, oppure di gelatina molle.
Scomposta, priva di grazia e romanticismo. La rabbia è bambina capricciosa. Nessuno si arrabbia con stile. E se lo fa è uno stile di cera, basta che si accalori e scopre tutta la sua poca solidità.
La cera è ipocrita, sembra solida, ma non lo è.
Ma voi non eravate di cera, avevate una vostra surreale e diversa fragilità.
E una rabbia da diritti repressi.
Ve la leggevo, nelle vostre lotte, nel vostro insegnamento, nelle vostre scelte felici e infelici che riguardavano anche me.
Ve la leggevo nelle strade separate. E nel non seguirne nessuna.
Ho lottato fuori da voi, per voi, ma non con voi.
Sono stato vostro genitore a volte, imputato di saggezza e di fraintendimenti.
La nostra è una storia fatta di sostanza, di anni in cui per capirsi ci sono voluti anni.
Tu padre non ci sei più, ho scelto di esserti accanto in una crociata per il tuo male più grosso.
La guarnigione sguarnita è andata avanti, il ruolo è diverso, io non più figlio, tu non più padre.
Ho imparato come i miopi a capirti, madre, ho imparato a far ragionare i torti, a capire che i tuoi torti che ti davo erano le tue buone ragioni.
Era la tua rabbia mista alla mia.
Mi sono affrancato da voi, col potere di una penna e di una esistenza. Adesso i miei errori non sono i vostri. I miei errori sono i miei. I miei amori sono i miei, le mie battaglie sono mie.
Niente porte di legno, presepi di terracotta, divani di pelle, luci di plastica, vasi di vetro, quadri di lavagna.
Era tutto vostro. Io con voi dovevo allontanarmi, da voi. Niente divani di pelle, vasi di vetro.
Ma rimaneva un non detto che faceva una rabbia per nulla bella. Di melma, di gelatina. Era il mio non detto.
Fino a che non ho capito, non bisognava dire, ma rompere. Nulla di più che io, senza ruoli voi, padre e madre, null’altro, senza “ma tu…”.
Senza esclamazioni strozzate in un bolo di ferro inghiottito.
L’ho capito quando sono passato accanto a un vecchio portafotografie, l'ho urtato, dentro c’era una foto vostra,
È subito caduta.
La parte in legno, tanto vicina a mio padre era marcia, irrimediabilmente dopo aver resistito a tutte le intemperie senza un’apparente cedimento, ma dentro era ormai finita.
La parte in vetro ha cercato più direzioni, tra la delusione e l’aspettativa, vetro di madre troppo fragile e esistente in tanti piccoli pezzi di altri posti.
C’era una piccola parte, che non aveva subito mutamenti, l’unica integra.
Un pezzo di sughero. Resiliente e solo, non ancora qualcosa che sia destinato a marcire o a finire in mille pezzi.
Siamo stati vetro sughero e legno.
Siamo stati noi, tre diverse essenze, materiali, storie. Strade.
Grazie, grazie, grazie, per avermi messo al mondo. Vi amo, papà e mamma. Nonostante tutto, nonostante noi.
Ogni cosa al suo costo.

Padre, occhi gialli e stanchi,
cerca ancora coi tuoi proverbi a illuminarmi...
Madre, butta i panni,
e prova ancora, se ne hai voglia a coccolarmi,
perché mi manchi,
e se son stato così lontano è stato solo per salvarmi!
Così lontano è stato solo per salvarmi!
Così lontano è stato solo per salvarmi!

Ma se, una canzone che stia al posto mio non c'è,
eccola qua: è come se, foste con me!
E' come se, foste con me!!
E' come se, foste con me!!



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