Di montagne e aerei mancati




Il 5 maggio 1972 mio padre doveva venire a Palermo. Avrebbe preso un volo da Cagliari e poi la coincidenza da Roma. Insegnava in Sardegna, a Nuoro, da due anni. Già ai tempi per gli insegnanti era vita dura, se volevi trovare lavoro dovevi partire, oggi le grane sono altre. Mio padre tornava per due motivi per fortuna coincidenti, il compleanno di mia madre e le imminenti elezioni politiche, per cui i fuori sede avevano la possibilità di tornare prima. Poco tempo prima di partire, per fare lo spiritoso, si mise a giocare a pallone con dei suoi alunni. Lui odiava il calcio. Si ruppe un piede. Telefonò a mia madre solo per informarla dell'accaduto, ma mia madre invece non la prese bene, sapendolo infortunato, lo voleva subito a casa. Mio padre si oppose timidamente, disse che per qualche giorno in più non sarebbe cambiato nulla, mia madre si incazzò di brutto e lo minacciò, quelle minacce che si fanno tra innamorati freschi di matrimonio che hanno un figlio di nemmeno un anno. Gli disse "o torni subito oppure cambio la serratura di casa". Mio padre cedette, cambiò il biglietto dell'aereo e scese prima. Ma chiese a mia madre di non dire che stava tornando, almeno avrebbe avuto un giorno per stare con noi senza parentame o altro. Il 4 maggio era già a casa. Sicuramente qualcun altro avrà preso il biglietto lasciato da lui. Mio padre avrà guardato con sufficienza tutti gli estremi di quel volo scritti sul biglietto. Volo Az 112, un Dc-8 43 dell'Alitalia con marche I-DIWB. Quel volo, la sera del 5 maggio del 1972 si schianterà su Montagna Longa, il costone montuoso tra Cinisi e Carini, nessun superstite. Mio padre al momento della tragedia si trovava a casa, in bagno, doveva essere su quell'aereo. Cominciarono le telefonate a casa, anche perchè, nella lista dei passeggeri, c'era uno Zanca G. Come Giovanni. Diedero tutti per scontato che lui fosse a bordo. Si trattava invece di una donna, Zanca Giaconia Gabriella. La gente a sentire mia madre che diceva che lui era a casa, la prendeva per pazza e pensava che farneticasse, a quel punto mio padre seppe. Diventò viola, disse a mia madre che non se la sentiva di andare dagli amici a festeggiare il suo compleanno. Pensava a lui, ma pensava a quel tremendo senso di colpa, rispetto a chi un congiunto su quell'aereo lo aveva perso, lui era vivo. E questo lo faceva star male e bene nel contempo. Una sensazione insostenibile. Una sensazione che si è portato dentro per sempre, per tutti i trenta anni successivi in cui è stato mio padre con contezza e consapevolezza. Si riteneva fortunato. E non dimenticava questa data per tanti motivi, per le vittime di quel volo, per lui che doveva esserci. Raccontai la sua storia anche a "chi l'ha visto", ma non fu mai pubblicata, per volere quasi congiunto mio e loro. Non era bello raccontare la storia di un superstite mentre c'era chi piangeva un dolore che non va via nemmeno dopo anni. L'anno dopo sempre a maggio mio padre si ruppe la mano, telefonò a mia madre, che gli disse "torna subito a casa", lui non protestò: "ho già prenotato", disse.

Powered by Blogger.