Io non morirò mai più


Prima o poi capiterà.
Arriverò lì davanti, mi chiederanno conto di quello che ho fatto. E io sorriderò. Perchè i miei occhi si ricorderanno quello che la mia memoria voleva dimenticare.
Avrò fatto qualcosa per il prossimo, magari sceglierò una professione che sarà simbolica. Farò nascere bambini, o aiuterò i bisognosi.

In ogni caso imparo e insegno a sputare. A farsi sputare dalla pancia di una mamma, per venire in questo mondo. Lo guardo e mi sembra un frullatore impazzito.
Un frullatore senza tappo. Mi sembra che ognuno si aggrappi al bordo sperando che quando si decide di ballare non venga schizzato fuori. Io sembravo destinato a essere buttato fuori subito. Che speranze potrei avere con queste dita che sembrano quasi moncherini? Qualcuno mi mostra i suoi denti, sembra che significhi sorridere. Ecco, mi sorridono da quando mi hanno ridato alla mia prima mamma.
Prima o poi capiterà.
E dovrò spiegare questa cosa strana. L’umanità sempre più complicata ha poche certezze, sono tutti strani gli esseri che vedo agitare ancora come ombre. Ma mi vogliono tutti bene.
Anche la mia prima mamma me ne vuole, nonostante sia più piccola e buona della seconda.
La mia seconda mamma era un po’ energica e severa. Forse era stata paziente, forse era stanca, ma quando ha deciso di avermi non è stata molto gentile nello scegliermi.
Non ho tanti ricordi, ma tra questi sicuramente c’è quando sono nato. Mi ricordo il bianco, tanto bianco e verde sì, tanto verde anche, il signore che mi ha tirato fuori dal posto da dove nuotavo, beato, tranquillo, chiedendomi che specie fossi, pesce sicuramente. Ho scoperto di saper respirare anche senza acqua, ma non mi è piaciuta tanto la scoperta.
Dicono non piaccia a nessun bimbo, non faccio differenza, non sono speciale. O forse sì, lo sono per chi mi ama. Mamma, papà, che mi danno un nome. Sonit. Mi chiamo Sonit.
Sembra il nome di un curioso supereroe. Un folletto che ogni tanto deve anche dormire. Io ho voglia di vivere e svegliare, ma ogni tanto si deve, dicono si debba.
E mi cullano, mi cullano i miei fratelli, la mia mamma, una famiglia che mi gira intorno. Che mi girava per la casa, una casa che imparavo a conoscere. Mi piaceva acchiappare le pareti, toccarle, aggrapparmi in finte ribellioni agli spigoli. Ridere contro ogni muso lungo della vita.
Un giorno mi hanno cullato troppo forte. È stato quando è arrivata la mia seconda madre. Ripassavo le facce che sapevo avrebbero fatto parte della mia vita.
Arrivò un tremore piccolo, sempre più forte, un’aria nera che ricordo a malapena.
Prima o poi capiterà, dovrò essere pronto.
So solo che non ho avuto più nessuno. Un giorno mi spiegheranno come si mette al mondo un bambino. Allora io capirò. Capirò che forse questo tremore della terra dove mi avrebbero insegnato a camminare, è il modo della terra per rimanere incinta. Per avere anche lei una pancia con un bel bambino. Ma chi non lo sa, lo chiama terremoto. A me è sembrato un modo strano e anche cattivo di provare ad avere tante pance. Tanti figli dentro quelle pance.
La mia terra si chiama Nepal. La mia città ha tante vallate appena usciti, con piccoli paesini. Tutto uno scuotere, tutte pance della terra che si ingravida con le case che cadono addosso.
A me non è sembrato strano, certo, ne avrei fatto volentieri a meno. Ma era qualcosa che nella mia poca memoria avevo vissuto da poco. So solo che sono dentro le mura che ho addosso, di quella che era la mia casa.
Sono stato lì, nuotavo nella polvere. Ma con meno agilità. Troppo poca. La mia mamma non mi alimenta e non mi dà da mangiare, forse stavolta non sarà facilissimo, ma non sono ancora uscito dal frullatore.
Me lo chiederanno prima o poi. Lo so, e io offrirò un sorriso frullato.
Tutto questo non ha spiegazione, ha solo paura. Ne ho tanta, credo si chiami così. Devono ancora insegnarmi come si chiama questa cosa che sento dentro, sono troppo piccolo.
Stringo i pugni per la fame, cerco il seno della mia mamma.
Almeno di quella che presumo lo sia. Se sei tu la mia nuova mamma, devo abituarmi al tuo profumo di calcinacci e polvere. Ma quando mi tiri fuori?
Sento delle grida, ma l’istinto mi dice non essere gioco, non sono bimbi felici, non piace nemmeno a me.
Eppure se sei la mia mamma, devo volerti bene, se sto nella tua pancia, che era la mia casa, deve essere la mia casa ancora, devo starci bene. Perchè non è così?
Questo modo di essere figli ci tocca davvero come in quel frullatore, ma io ho voglia forte di non affacciarmi al bordo, voglio ancora stare qui.
Ho le mani viola per lo sforzo, per la fame. Forse bisogna davvero lasciarsi andare.
Forse tra qualche tempo mi racconteranno di gente nei barconi che si lascia annegare pur di farla finita con la lotta continua al destino, forse se fossi in quell’acqua io nuoterei, me lo ricordo ancora come si fa.
Forse mi racconteranno della mia terra, che adesso mi fa da pancia, vedrò filmati d’epoca. E sceglierò di fare il fornaio solo per non sapere più nulla di terra e fango.
O forse potrei fare il muratore, ricostruire la pancia della terra, sperando non voglia restare incinta mai più.
Mi piacerebbe far nascere bimbi.
Come vorrei nascere adesso io. Voglio uscire da questo involucro che non mi dà piacere, da questo cordone forzato che mi strangola per fame. Ma forse è così, forse io devo vivere per sempre qui.
Devo solo sapere quanto è per sempre.
Sento delle voci, le sento vicine, sento l’istinto di piangere, ma mi ricordo che quando lo facevo nella pancia della mia mamma non mi sentiva nessuno, invece adesso sembra mi sentano, mi ascoltano. E io mi ricordo quegli uomini vestiti di verde nel bianco che mi hanno fatto nascere la prima volta.
Sento la pancia di calcinacci che si muove, sento che sembra giochino a quel gioco con le astine di legno, dove ne togli una ma non fai crollare le altre.
Non sono uomini verdi, li vedo, anzi sì, ma è un verde strano, a macchie marroni, non importa, adesso potrebbero anche essere muratori, pompieri, fornai, tutto, io sto zitto però, non vorrei che adesso che mi hanno fatto uscire dalla pancia della mia casa si arrabbino che piango.
Sono fuori, ma non è una novità. È la seconda volta che nasco.
Un giorno verranno a chiedermelo, alla fine della mia vita che sarà lunga, molto lunga, una vita in cui a modo mio aiuterò la terra a stare buona e a non voler fare più figli inghiottendoci, che lo so che non lo fa per cattiveria, ma fa tanto male. Forse è anche colpa nostra. Come i miei fratelli quando fanno arrabbiare la mia mamma, non è bello.
Alla fine della mia vita qualcuno mi farà entrare in un posto bellissimo, mi farà sedere in una sedia comoda. Mi spiegherà che sono destinato a entrare, perchè ho avuto una bella vita lunga e intensa, ma prima devo dire come mi chiamo e che cosa mi ricordo della mia vita appena trascorsa.
Io parlerò sorridendo.
- sono Sonit Awal, avevo quattro mesi quando un terremoto ci ha portato via la casa e le vite di tanti abitanti del mio paese. Era aprile, era il 2015, in Nepal. Io non ricordo altro che di essere stato tanto al buio, sepolto, mentre intorno a me la gente moriva, o si ammalava, cercava superstiti, perdeva famiglie e beni. E mi sono sentito come se fossi di nuovo dentro una pancia di una mamma più scomoda, io sono Sonit Awal e sono figlio di due madri, la mia vera madre e la Terra che mi ha voluto e inghiottito, dopo tre giorni mi ha partorito, e da allora è stata tutta vita. Mai frase che mi dicono essere scontata è stata così vera.

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