Angelos e il treno giusto


Offritemi da bere e vi racconto una storia. Perchè la leggenda non parte mai dai vincenti. Ma da quelli che sono al binario quando passa il treno giusto. Io non sono un fenomeno, ho un pregio, sono un bravo ragazzo e non pianto casini. E poi ho un grande grinta e non mi stanco mai. Combatto, sono alto e nelle aree di rigore mi faccio rispettare.
No, non sono uno di quelli che si fa tatuare madonne con corone di spine e rosari e scritte. Sono uno che potreste incontrare in un torneo da dopolavoro ferroviario.
Sono di quelli che si mettono via una storia e la raccontano ai nipoti.
Perchè io ho solo voglia di raccontarla e di ricordare. Difficilmente a questo punto della mia vita succederà altro.
Mi chiamo Angelos, in un mondo di fenomeni sono solo uno che sgomita e dà retta a quello che gli dice l’allenatore.
Nelle mischie in area mi butto a corpo morto e metto testa e cuore, soprattutto testa.
Faccio il calciatore, adesso nessuno o quasi si ricorda di me, ma in patria le mie maglie sono sempre lì, col mio numero, quello di un centravanti vecchia scuola, il numero nove.
Perchè credetemi, chiedete a tutti cosa è meglio. Spendere la propria carriera in un club, come Messi vincere tutto, ma non regalare mai nulla alla propria gente? O come Ibrahimovic. Un fenomeno, fa vincere tutte le squadre dove arriva, fa la differenza, ma la Svezia? Cosa ha vinto?
Io c’ero ragazzi, io ero lì a vendicare gli eroi come Leonida, morti per difendere la libertà. Io ho dato respiro e gloria per un attimo ad un paese che adesso ricordate perchè non ha un euro. Ma dovreste ricordare per la cultura, per la sapienza, per gli ideali, per la filosofia, perchè è un  ponte tra razze. E perchè abbiamo un orgoglio che non ci fa rinnegare la nostra bandiera e quello che ci fa credere.
Siamo stati un popolo di approssimativi, forse siamo stati capaci di affondarci, ma non abbiamo mai abbassato gli occhi, perchè se io li abbassavo gli occhi, quella palla, non l’avrei vista. Proprio quella.
Mi chiamo Angelos, e quella volta non avevo fatto un campionato memorabile. Giocavo in Germania. Nel Werder Brema.
In tutto il campionato avevo fatto quattro gol. Quattro. Per un attaccante sono una miseria. Ma mi sono fatto voler bene sempre, per l’impegno.
L’allenatore mi convocò. Erano i campionati europei. L’allenatore era tedesco, noi no.
Lui disse che mi voleva, i compagni e anche io non eravamo convinti che fossi così adatto, ma cacchio, se ti chiamano a difendere i tuoi colori tu vai e non protesti.
Non protestai.
Giocai, eravamo vittime sacrificali, eravamo la Cenerentola. Nessuno ci notava, nessuno ci dava un euro puntato sulla vittoria.
La prima partita contro i padroni di casa. Figuriamoci, loro devono vincere senza discutere, una bella squadra, c’è anche l’Inghilterra, la Svezia, la Danimarca, tutti.
Invece vinciamo noi, sporchi brutti e cattivi e con un gioco inguardabile, da dopolavoro ferroviario, ma vinciamo. Io guardo, non segno, ma me la godo, pensiamo noi per primi che già la nostra bella figura l’abbiamo fatta.
Non è così.
La seconda partita la pareggiamo, ma con la Spagna, non proprio Feta e Ouzo, per dirla come si dice dalle mie parti.
Ma non vinciamo. Io faccio un gol, tanto per dire che non sono venuto a fare il turista.
La terza partita la perdiamo, dovrebbe passare la Spagna, ma noi abbiamo fatto più gol. Passiamo noi.
E ricomincia la litania, siamo stati fortunati, siamo inguardabili, non andremo lontano.
Ci aspetta la Francia, anche lì non certo una passeggiata, se pensate che la stessa squadra andrà poi alla finale di un mondiale.
E io lo so. Ma so anche che i treni passano e bisogna prenderli, magari prenderli al volo. Vinciamo, con un gol di scarto, uno a zero e segno io.
La fortuna comincia a fare paura però, arrivano le semifinali, forse può bastare così, arrendersi adesso non sarebbe disonorevole, come Leonida e i suoi 300.
Invece vinciamo, con un gol di un nostro difensore che non la metteva dentro mai. Siamo in finale.
Contro i padroni di casa. Il Portogallo. Giocano a casa loro, davanti al loro pubblico. È finita qui? Forse sì.
Lo credevo anche io, fino al minuto 56.
Quando un mio compagno ha fatto piovere quella palla perfetta. Quando io non ho sbagliato a prendere il treno, perchè l’ho preso a cornate.
Quando io sono saltato, non tanto alto, ma più di quei due difensori e del mio compagno.
Quando ho visto la rete che si gonfiava, e sono corso da tutti i miei compagni sollevando la maglia.
Quando l’angelo ha volato più alto di tutti. Più alto della mediocrità. E delle giornate ordinarie. Come quando si vince un torneo da dopolavoro ferroviario.
Un torneo che ha fatto sorridere il mio popolo, che ora piange miseria e abbandono.
Ma quel giorno ha vinto, come Leonida. Abbiamo vinto una volta, da narrare, da ricordare per sempre.
Offritemi da bere e ricordate il mio nome.
In tutto l'anno avevo fatto 4 gol, in quei pochi giorni ne ho fatti tre. Tutti fondamentali. Una belva risvegliata.
Era il 4 luglio.
Erano quasi le nove di sera, faceva caldo.
Era una finale, dove il mio paese c’era e c’ero io.
Io quasi alle nove di sera ho preso di testa una palla.
E la Grecia, la mia Grecia, è diventata campione d’Europa.
La curiosità è che il nostro allenatore era tedesco, un tedesco ci ha regalato un sogno, alcuni tedeschi, adesso, vogliono toglierci il respiro, per debiti e per difficoltà.
Ma quella sera il nostro allenatore era greco come noi.
Era il 4 luglio 2004, io mi chiamo Angelos, Angelos Charisteas. Chiedete di me, in Grecia, il mio numero è ovunque, nelle maglie che mi ricordano con orgoglio.
Anche se non la mettevo dentro mai, ho preso il treno giusto. Io c’ero.


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