Aveva ragione Evaristo




Comunicare è diventato sempre più difficile, me ne accorgo dai rapporti umani. Prima si scendeva dal fruttivendolo a comprare il prezzemolo, le pesche da mettere nel vino e il vino da finire se avanzava dalle pesche. Si era ubriachi e pieni di pesche, col prezzemolo che non si sapeva dove metterlo, ma si era felici.
Adesso il fruttivendolo è pieno di roba bioveganwow, ma non ci scambi due parole, se esiste ancora. Ognuno è perso dentro la sua boccia dei pesci virtuale, il suo smarfon.
Uno strumento capace di metterti a contatto con il mondo intero. Ora sappiamo i cazzi di un sudafricano, ma ignoriamo se arriva alla fine del mese il vicino di casa, a meno che non lo ha postato su FB e noi gli abbiamo dato l’amicizia.
L’impressione è che tutto questo non favorisca la comunicazione fino in fondo. L’impressione è che lì sfoghiamo la rabbia per un mondo esterno che non va, dal quale mondo esterno ci estraniamo, stando sempre su un social a dire che il mondo esterno non va. Si litiga su tutto. E non si capisce nemmeno il tempo che ci si passa. Il risultato è che poi troviamo il fruttivendolo chiuso, magari avevamo voglia di pesche col vino e prezzemolo, o di vino. Senza pesche. O di prezzemolo col vino, che siamo più creativi di Cracco. Certo, un fruttivendolo che ha solo pesche prezzemolo e vino non sarà solo chiuso, avrà fallito proprio. A meno che non viva a Pesca Landia, un paese di alcolizzati che fumano prezzemolo. Ma non divaghiamo.
Il problema è parlare. Ogni rapporto umano è diventato difficile, gli psicologi dicono che gli adulti vivono una dissociazione, la chiamano sindrome da lago Wobegon, ovvero un disturbo che porta la gente a voler stare in un posto virtuale in cui si sente assoluto protagonista, piuttosto che la realtà che lo smerda. In più dietro una tastiera può dire, secondo lui, quello che vuole. Può fare proposte oscene alle suore e dire a una donna di facili costumi di vestirsi da suora, al contrario le donne possono esibire le loro grazie, i loro prego, ma anche gli “scusi” e i “tornerò”. Il tutto in orge di complimenti sotto ogni selfie masculo e fimmino. Complimenti da far ingelosire anche uno svedese nudista poligamo, ma tant’è. Dietro un pc si può dire di tutto. Anche io quando voglio sfogarmi vado dietro il pc, e tiro un porco. Ma quella è un’altra storia, dice l’oste del film Irma la Dolce, lo diceva anche il mio fruttivendolo, grande venditore di pesche e di vino, un po’ scarso nel prezzemolo. I ragazzi invece hanno la sindrome di Hikikomori, credo si chiami così. Non è il figlio di Candy Candy e Mazinga. Per quanto innamorati, tra loro due non funzionò e non ebbero fgli. Candy accusava Mazinga di essere freddo e calcolatore, dal canto suo Mazinga la accusava di essere troppo crocerossina con tutti. Invano Candy provò a spiegare che lei la crocerossina la faceva di mestiere. Lui disse che lei di mestiere faceva la zoccola. Insomma una brutta storia. Finita nel vino, senza pesche. Prezzemolo non è stagione. Dicevamo Hikikomori, è una sindrome per cui i ragazzi si chiudono in casa e preferiscono non mettersi in discussione, non è paura, ma proprio comodità, sanno che nella rete trovano quello che cercano, che li addormenta e li coccola, perchè provare a vivere? Anche questa è una sindrome che prende piede, che fa perdere autorità genitoriale. Anche se alcuni genitori più che sindrome da Hikikomori la chiamano in un modo più facile da dire. Paraculaggine acuta.
Insomma ormai in ogni fascia di età, la comunicazione è sempre più rimessa al vituale, non si dialoga direttamente e non ci si capisce. Il social aumenta le incomprensioni, e le risse, e i vaffanculo tu e tutta la tua razza, e via dicendo. Fino a che qualcuno non prende una bottiglia di vino che aveva usato per fare le pesche intinte nel bianco, la spacca e si passa alle mani. Con il prezzemolo per terra.
Comunicare sta diventando un’utopia. Anche adesso che il fruttivendolo ha chiuso.
E sempre più ci si rassegna a non ricevere risposta, a non poter avere un dialogo. E a dar ragione ad Evaristo.
Evaristo Beccalossi, centrocampista dell’Inter. Un giorno mentre giocava nell’Inter bello tranquillo, negli anni ‘80, gli dissero che avrebbe avuto un collega di centrocampo, un giocatore fortissimo che si chiamava Hansi Muller. Un tedesco.
“Mejcojonen!!”, disse lui in perfetto tedesco. Ma i due non andavano d’accordo, in campo litigavano spesso e non si parlavano. O meglio si parlavano, ma si mandavano affanculo ognuno nella propria lingua, che manco ti puoi offendere perchè non sai se quello ti ha detto “stronzo”, o “che bello il tuo taglio di capelli”. Pur parlando, non si capivano, come sui social adesso, spesso. E quindi succede che uno alla fine si arrenda e rinunci a far capire all’altro cosa vuole. Come fece Evaristo, che non chiese più ad Hansi di passargli la palla.
E quando gli chiesero come mai aveva problemi con lui, il buon Evaristo rispose, dopo aver mangiato una pesca intinta nel vino:
“Mettiamola così, la differenza tra Hansi Muller e una sedia, è che se alla sedia io passo la palla, ci sono molte più probabilità che me la ridia indietro”.
Ecco, ultimamente la comunicazione di tanti, è più facile con una sedia che con una persona. Lo dicevo ieri al mio fruttivendolo. Ma era chiuso, ho parlato alla saracinesca.

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