Il cercatore e la cicatrice




Ho cercato disperatamente, provando a capire se non fosse cambiato, come tutto il resto. C’è un ritmo più lento nella mia città.
Palermo non cambia, fa finta, si adagia, dorme, si risveglia quando le dicono che sarebbe meglio che si indignasse. Invece lei guarda, scruta, osserva e si gira dall’altro lato provando a prendere sonno.
Chi la ama ormai la tollera, chi la tollera ormai ci ha perso le speranze.
E c’è chi, come me, non si rassegna. Se la canta, se la suona. Guarda la sua città da lontano e dice che non ci abiterebbe più. Eppure quando torna, ha le viscere che si attorcigliano. Tale e quale alla visione di una fidanzata bellissima e mai dimenticata, magari incontrata per strada con marito e figli.
E allora inizia la disperata ricerca di quello che si ha in comune, che unisce e non fa di me un abitante masticato e ormai sputato fuori.
Me ne accorgo nella mia caccia quasi animale.
Ricerco volti conosciuti tra la gente che cammina per strada, non amici, per carità. Di persone che vorrei incontrare e che mi aspettano ne ho, a volte rischio anche l’incidente diplomatico. Chi non è nato qui forse non sa il tremendo strale che si abbatte a rifiutare un invito di cenare insieme quando si torna a casa.
Il palermitano ha un gran cuore, ma anche un affetto facile all’offesa, se declini o, per cause di forza maggiore, salti un invito potrebbe essere oggetto di denuncia alla Corte di Giustizia.
Cerco proprio i volti che vedevo ogni giorno. Ad esempio quei pazzi decorativi che giravano per il centro e per il mio quartiere.
Uno ogni giorno cambiava mestiere. Una volta era maestro di danza. Il bello è che era molto grosso e altrettanto piccolo di statura. Ma accennava dei passi con leggiadria, di fronte a una platea immaginaria di allievi. Un altro giorno era DJ e fantasticava di stare a una console. Poi calciatore famoso e via dicendo.
Ogni giorno la strada era costellata da queste presenze confortanti. Perchè ti dicevano che il posto non era cambiato. Durante la notte non c’era stato nessun golpe e tutti erano rimasti uguali, i cornuti erano cornuti, la brava gente sempre a soffrire.
Ogni giorno mi confortava guardare la stanza del mio migliore amico, prima di andare a giocare a calcetto. Perennemente disordinata, ma non per modo di dire.
Un robivecchi, un vero e proprio rigattiere che accoglieva di tutto. Dagli espositori delle farmacie a vecchie librerie che gli tornavano immediatamente utili per i suoi dvd e giochi sparsi.
Quella stanza non cambia mai. Ancora adesso è disordinata. Ancora adesso compeggia un trofeo come miglior giocatore di un torneo, che vinse e che avrei voluto vincere io. Piccole recrudescenze che per fortuna ti dicono ancora che sei vivo.
Non ho riconosciuto nessuno nei volti della gente incontrata, nessuno. Non un indizio che mi confortasse di non essermi perso nulla.
Però i luoghi non mi hanno tradito.
Un mio caro amico mi ha portato al lido di Sferracavallo, ci andavo da bambino. Un lido vicino Palermo, in un borgo marinaro.
Quando sono entrato mi sono ricordato immediatamente di una volta in cui mi feci male seriamente.
Stavamo giocando in un piccolo specchio d’acqua con un mio amico, fingevamo che un pezzo di lamiera fosse una zattera.
Uno stupido alterco, io che insisto per voler salire, lui che non vuole. In un attimo per rabbia, mi scaglia contro la lamiera. Mi centra in pieno un ginocchio. Praticamente me lo squarcia. La lamiera penetra nella carne e trafigge in profondità. Avevo otto anni.
Il piccolo specchio d’acqua si tinse di rosso, io finii con punti sul ginocchio e complicazioni varie, anche per il menisco.
Quando ci sono tornato ho capito che tutto era ancora lì. Ho guardato i bambini che ci giocavano adesso, che ci litigavano, che si contendevano la padronanza di un secchiello. Non ho visto lamiere.
Ma ho constatato che tuffarsi in alcuni punti era diventato più difficile.
Forse non è solo un cambiamento a senso unico, forse qualcosa in effetti è diventato più difficile da gestire. E aggrapparsi alla certezza di volti noti o di immutabilità di stanze serve a poco.
Quando sono risalito dal mare, ho incontrato persone che non vedevo da tempo, colmando la mia paura di non essere più nemmeno satellite di questa città. Ci siamo strappati la promessa che ci saremmo rivisti presto.
Da quel giorno della lamiera, il mio ginocchio non è più lo stesso. Ogni tanto duole, sembra si incastri.
E allora devo farlo scrocchiare. Proprio così. Un movimento all’indietro della gamba, fino a sentire un “crac”. E il ginocchio torna a posto.
Da allora è un movimento che faccio frequentemente. Le tracce sono rimaste.
Le cose cambiano, ma come per tutti resta un ricordo.
A me resta un rumore come di ramo spezzato, un crac.
E una cicatrice che non è mai andata via, ma se la guardo bene, sembra un sorriso.


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