Il promemoria della speranza




La prima volta che capìi il suo dolore era settembre. Tornò a casa e buttò in un angolo chiavi e giacca. E si mise alla tv. Io oscillavo tra ricordi d’estate e domande sulla scuola da venire. Lui disse “vado lì”. Era il tre. Tre settembre dell’ottantadue. Avevano appena assassinato Carlo Alberto Dalla Chiesa. Lui stava andando a cena da amici, non trovava la strada, nel frattempo apprese dell’omicidio per strada. Tornò indietro. Volle andare a vedere di persona il luogo dove la mafia aveva assassinato il prefetto dei cento giorni.
Poco prima di andare, guardò le prime immagini della A 112 in tv, con i corpi ancora dentro. Incrociò il mio sguardo attonito. Lui mi disse con un tono arrabbiato e con una mano sulla spalla: “vedi, vedi cosa fa questa città con chi prova a cambiarla? Vedi?”. Non era arrabbiato con me, ma lo sembrava. Fu la prima volta che appresi quanto Palermo fosse una sorta di femmina pericolosa, bella e fatale. Una donna innamorata del potere e dei soldi, che si lascia stregare da chi le promette chissà che felicità eterna.
Sono passati tanti anni e tanti morti ammazzati. E ogni volta, fino alle stragi del ’92, facevo collezione degli sguardi indignati di mio padre, del suo non capire a che livello sarebbe arrivata a farsi far male questa femmina incosciente e buttana. Un giorno lo andai a prendere all’aeroporto, tornava da un viaggio ed era parecchio taciturno. Passando davanti alla stele che ricorda la strage di Capaci mi disse: “Questa città è piena di monumenti funebri, pare un cimitero a cielo aperto e io non so più come riuscire ad amarla per il male che si sta infliggendo, a volte me la racconto meglio di come è”.
A un certo punto finse, mio padre, che quei monumenti funebri fossero un segnalibro, un promemoria, un segnale che, quasi contro il nostro volere, ci desse la speranza e la forza di andare avanti malgrado tutto. Fingeva, sì, anche se col tempo ci credeva sempre meno, come un amante che non crede più alle bugie della femmina amata. Di lì a poco si sarebbe ammalato e io dopo la sua morte avrei lasciato una città che è radice e sangue, casa e nostalgia. E capisco cosa intendeva dire. Palermo allontana troppa gente che la ama. Senza amarla a sua volta. Come una donna che non sa quello che vuole, stregata da un potere sempre più stantìo e malato.


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