Il circo degli ingarbugliati



Questa foto è stata pubblicata su un magazine americano, per salutare Robin Williams a un anno dalla sua scomparsa. La didascalia dice tutto. Questa è solo una delle milioni di ragioni per cui ci manca.
In questa foto non c’è il ridicolo, c’è la naturalezza dell’autoironia. Quel sapersi prendere per il culo talmente bene, che a vergognarsi sono le persone troppo serie, i parrucconi.
La linfa delle persone come lui però non è la solarità, per essere così ironici bisogna essere ingarbugliati, anime ingarbugliate. Per far ridere così, bisogna aver conosciuto l’inferno, esserci passati nei paraggi. Aver riso del diavolo e raccontargli una barzelletta.
Ecco.
Essere ingarbugliati non dà equilibrio. Ma dà il talento di esprimersi in quello in cui si crede, che riesce a fare essere vivi.
Essere vivi, ma solo in quei frangenti, quando ci si esprime, quando si vive quel momento di trance agonistica. Poi arriva l’ottovolante emotivo. Momenti di gioia immensa alternati a momenti di un buio viscoso. E questo succede ovunque, ci si ingarbuglia, quando si scrive, si recita, si suona, si gioca a pallone, si va in ufficio, si parla col salumiere, si fa un favore.
Spesso fa star bene essere utili agli altri, consegnare qualche etto di benessere a chi ingarbugliato non è.
Sono freak, creature circensi con libri di equilibrio da aprire.
E Robin le ha rappresentate egregiamente. Con le sue cicatrici che alla fine sono diventate il cerone da clown del suo circo personale.
Un circo che ogni anima ingarbugliata vive. Si è a volte Clown, a volte acrobati. Si donano sorrisi, si fanno numeri per non cadere, a volte contemporaneamente.
A volte l’acrobata cade, in malo modo. Ma quella è un’altra storia, magari è una barzelletta, da raccontare al diavolo per strappargli un sorriso.
Ciao Robin, grazie di aver portato la bandiera delle anime ingarbugliate. Il circo ringrazia.

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