Memory





Ho letto un bellissimo articolo di Lauren O’Neill. Una giornalista che ha raccontato la progressiva demenza senile del nonno. Un bel racconto, sul perdere i ricordi e quello che rappresentano. La tenerezza mista a malinconia di non essere più riconosciuti da una persona che ti ha amato quasi più di se stessa.
Mi ha indotto a pensare a strati, mentre lo leggevo, pensavo a mio padre, che mi diceva sempre che sarebbe voluto morire di un male che non gli attaccasse la testa. Preferiva che la sua memoria rimanesse lucida, che lui fosse pieno di ricordi da rovistare, se qualche invalidità lo avesse sorpreso. Non andò così, ma quella è un’altra storia.
Pensavo che i ricordi sono un’ottima ragione per fare del bene, per comportarsi al meglio il più possibile. Perchè un giorno magari potremmo perdere la nostra di memoria, in quel fiume lento e inesorabile che speriamo sia la nostra vita. Allora sarà necessaria la memoria a specchio, quello che abbiamo fatto per gli altri. Magari un giorno torturerò tutte le persone che amo, chiedendogli di raccontarmi come ero. E magari io non mi ricordo un cazzo e loro invece hanno le idee chiare e mi raccontano di tutte le mie paturnie e lati insopportabili. Perchè la nostra memoria tende ad assolverci, o a giudicarci troppo severamente, ma raramente è dotata di equilibrio. Quella di chi ci ama invece è severamente indulgente. Magari i miei cari, mentre il mio cervello ha solo nebbia, mi diranno “eri uno scassacazzi ma davvero tanto, permaloso e non so quant’altro, ma ti amiamo così, come ti amavamo quando eri lucido”.
Memoria, tessere di un mosaico dell’essere. Che si scompongono con soffi di vento impietoso.
Pensavo che anche quando sei convinto di ricordare bene e non hai nessuna malattia o demenza senile, è comunque bello avere altri custodi dei tuoi ricordi, per capire quanto ti sbagliavi.
A me è capitato poco tempo fa. Per anni sono stato convinto di essere stato bravissimo a fare l’attaccante. A calcetto, nelle partite di venti anni fa, per un periodo segnai una caterva di gol. Giocavamo ogni lunedì e giovedì in un campo vicino Palermo. Il mio migliore amico era mio avversario spesso, faceva e fa il portiere.
Fino a poco tempo fa, avevo l’immagine infantile di me, che facevo il fenomeno con virtuosismi d’alta scuola e grande senso tattico.
A una cena di qualche mese fa, quando ci rivedemmo, ebbi l’imprudenza di ricordare quelle partite, a motivo di vanto, decantando le mie tantissime reti.
Lui mi lasciò parlare. Poi disse serafico: “non facevi altro che tirare continuamente, se per caso avevi la palla in mezzo ai piedi dovevi disfartene subito, non sapevi dribblare, non sapevi saltare l’uomo, menavi solo come un fabbro e appena avevi la palla tiravi di punta, come nessun calciatore bravo tirerebbe mai. E la palla prendeva traiettorie fastidiose e imprevedibili. Eri una scimmia impazzita”.
Mentre raccontava, la verità si palesava immagine dopo immagine ai miei occhi, i suoi ricordi erano molto più chiari e meno onorevoli dei miei.
Da allora diciamo che mi guardo bene dal chiedere pareri spassionati a chi mi ama, su quello che faccio. Ma questo non li trattiene dal darmeli lo stesso. Ripensandoci. Fatemi un favore, se mi prende la demenza senile, fatevi tutti i cazzi vostri. Molto meglio.

Powered by Blogger.