La fine di ogni cosa



Quando qualcosa finisce non arrivano mai le grancasse, quelle arrivano dopo, quando magari in una storia d’amore volano gli stracci. Ma il consumarsi stanco non è mai urlato. Anzi, è impercettibile come un’erosione lenta di onde. Pian piano macinano la roccia, ma partono dal fondale, dove nessuno vede. Come granelli di polvere che devi sforzarti di guardare in controluce, altrimenti sei convinto che la casa è pulita.
La fine arriva un giorno che nemmeno te ne accorgi. Non è proprio come un calcio in culo. Più come un tormento, una litania che infastidisce e fa sbottare. Non va più bene nulla, non c’è una sola delle usanze precedenti che univano a darci conforto e cognizione che siamo protetti e ancora qualcosa di organicamente unito.
Succede sempre, in qualsiasi aspetto della nostra vita.
Anche tra genitori e figli. Qualcosa si spezza. Prima o poi le usanze familiari, per chi cresce, diventano costrizioni. Ma è giusto così.
Mi ricordo quando tutti la domenica andavamo a cena da mia nonna. Non era solo andare a mangiare da lei. Era proprio rendere omaggio alla regina. Noi poveri paria, omaggiavamo la sovrana che ci concedeva il privilegio di essere ammessi al suo desco.
Le cose andarono bene fino al mio liceo. Io unico nipote e guardato come legittimo erede della nostra dinastia. Io luce radiosa che avrebbe portato e guidato il popolo. Io giovane virgulto…lasciamo perdere che me la sto tirando oltre ogni ragionevole dubbio.
Mia nonna non ammetteva defezioni. Non dico che se qualcuno della famiglia fosse mancato era proprio proprio grave, ma c’era una lista di motivi che potessero giustificare la defezione dal pranzo. In rigido ordine crescente erano: tornado, invasione di cavallette, tsunami, terremoto ma solo oltre il decimo grado Richter, esplosione nucleare, improvviso decesso dell’invitato. Ma anche lì, pretendeva preavviso.
La sua clemenza era arrivata anche a concedere che ci fossero persone non appartenenti al sangue suo. Che era nobile e incorruttibile, sempre secondo lei. Insomma quando si accorse che io avevo amiche con cui mi vedevo, pur di non perdere il nipote alla domenica invitava anche loro. Facendo uno strappo al rigido protocollo della casa regnante.
La vera fine fu tutta in un biglietto, ma il preavviso era nell’aria. Già da qualche tempo avevo iniziato a fare un torneo di calcetto, che improvvidamente era stato organizzato di domenica. Giorno dedicato alla sovrana. Già quando lo seppe mia nonna, si chiese se c’erano i presupposti per invalidare giuridicamente l’intera manifestazione e poi sanzionare duramente gli irrispettosi organizzatori.
Rimase profondamente delusa dal mio entusiastico partecipare al torneo. Che mi faceva arrivare in netto ritardo alla riunione di famiglia. L’erosione era cominciata. E come cominciò, finì, con quella spaccatura di costone di roccia-nonna dal masso-nipote. Una domenica, la partita fu fatta proprio all’ora in cui ci attendeva lei. Lesa maestà. Disgrazia. Anatema.
Scherzi a parte, non la prese bene, ma capì. E facendo finta di essere offesa, alla mia seconda defezione consecutiva, ci esonerò tutti dal venire per forza. Cominciammo ad andarla a trovare in ordine sparso.
L’impercettibile particolare su cui si fondò la fine di questa usanza per colpa mia, lo conservo ancora. Era un biglietto scritto da mio padre. Poche righe. Il sabato antecedente alla riunione di famiglia aveva telefonato un mio amico per annunciarmi l’orario. La telefonata la prese mio padre, che capì che io sarei andato a giocare.
Tornai a casa, mio papà e mia mamma non c’erano, sulla porta della cucina, il classico biglietto di mio padre. Chi lo conosceva sa che fantasia mettesse in quelle comunicazioni.
Il testo era semplice, ma drammatico.
“Ha telefonato Antonio, la partita è domenica alle 20. Giusto l’orario in cui tua nonna ci aspetta, non so come intendi gestirla, ti dico solo ahi, ahi!”.
Piccoli sorrisi di una foto familiare che ricordo con tenerezza.


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