Le crepe in cui si entra


In questi giorni sono andato a pranzo con una mia cara amica. La conosco da tanti anni, da tanti anni sembrava ripetersi quel gioco di ruoli. Io le chiedo come sta, lei glissa con una risposta convenzionale, poi mi chiede qualcosa di preciso che conosce dei miei problemi, io mi sfogo, poi le chiedo come sta, lei risponde con un monosillabo, poi si ricorda di un cruccio che io avevo tempo prima e mi chiede se mi è passato, io le rispondo in maniera articolata. Poi le chiedo come sta, lei mi dice che si è fatto tardi e mi saluta caramente. Questo fino all'altra volta. Dopo aver mangiato abbiamo parlato in maniera più libera, lei mi ha voluto vedere perchè adesso le mie scelte di vita mi hanno portato lontano da possibilità di dialoghi frequenti. Allora si è già prenotata almeno un pranzo al mese. Senza nemmeno insistere.
Mi ha chiesto della donna che amo, della mia vita con lei, con il sorriso di chi è davvero felice per le mie direzioni. Poi ho parlato di alcune cose mai dette prima. Gliele ho confidate, alla fine una di queste l'ha toccata nel profondo, era successo qualcosa di simile anche a lei. Per la prima volta ha ceduto di schianto e ha parlato, tanto, tantissimo, come mai. E ha mostrato un lato di sè che non le avevo mai visto. Le avevo chiesto aiuto tante volte e tante volte era stata solidissima. Un gigante. In quel momento era un cucciolo malmesso. Ho ascoltato, ho intercettato il suo sguardo perso. Sono tornato a casa con la sensazione che tante cose si erano rimesse in pari, che i ruoli sono veramente una buffonata.
Ma ciò che più conta, è che il suo mondo ha finalmente mostrato una crepa in cui bisognava entrare, una ferita cui saltano i punti d'improvviso e tu che non sei dottore devi curarla. Solo che questi per nessuno sono tempi di empatia piena, quindi facciamo fatica a sgripparci. Perchè come ho letto da poco in un fumetto di Zerocalcare, il rischio di tutti è che prevalga il lato oscuro: "Che non è quanti problemi ti fai per campare, ma è pensare che questi problemi ce li hai solo te, o che comunque i tuoi sono più gravi, se lasci crescere quell'embrione oscuro, rischi di diventare uno stronzo con l'ego ipertrofico, che quando qualcuno gli dice di avere un problema, risponde "sapessi io...", appunto.
Questo è il punto.
Ognuno porta il suo fardello col suo equilibrio, dal dramma di crescere un figlio, al tumore dal nome impronunciabile, alle responsabilità di vita che fanno tremare i polsi. Nessuno dice che non dobbiamo evidenziare i nostri problemi, ma quando arriva quel segnale strano che chiama la nostra empatia dobbiamo esserci, altrimenti abbiamo sprecato un pezzo di vita. Abbiamo, tutti.

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