Una illogica allegria






A volte penso alla canzone di Gaber. L'illogica allegria. illustra il paradosso di essere felice. Stare bene è diventata una colpa: "non lo so se mi conviene, ma sto bene, che vergogna..". Capita una giornata di sole, non quello violento e volgare estivo, quello dell'effimero e dell'abbronzatura. Quello delicato, lo sghiacciaossa, come lo chiamo io. Una giornata di un cielo che si avvicini a quello della tua infanzia. Che manco sai che colore era, che al cielo a quei tempi non ti rivolgevi mai. Quel lungo brivido lungo la schiena, figlio di un'adrenalina che finalmente cala, come se il nemico non attaccasse più, per quel giorno è tregua. La sensazione che le ferite cominciano a non strappare. Cerchi una colonna sonora che ti costringe solo a guardare in giro. Ritorni alla tua salsedine che impregna i ricordi.
E improvvisamente, ricordi quello che ti diceva un tuo caro amico che non aveva le tue stesse fortune. Che la vita lo aveva privato presto dell'uso delle gambe e pian piano gli avrebbe rubato tutto il resto. Ti ricordi che ogni tanto il sabato lo andavi a trovare. E in uno particolarmente clemente, da stare in balcone a prender un po' di "solicchio", come lo chiamava lui, vi metteste a parlare normalmente, fino a che non si raccontò di un cane che avevi, che se correva non riuscivi a stargli dietro, lui ti disse solo "avrei tanto voluto non riuscire a stargli dietro come te, alla stessa maniera tua, provando a raggiungerlo". E tu temi di aver detto una stronzata, ma lui rideva e di gusto. Sotto un sole delicatamente tiepido.

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