Babbo Natale esiste





Ciao. Sì, lo so, adesso ti dimenticheremo. Siamo già bombardati. Ma non come te, da aerei e mortai. Dalla pubblicità. A Natale siamo tutti più buoni. Tutte cazzate. A Natale siamo tutti più sordi. Concentrati sullo staccare la spina da tutte le brutture.
Quel giorno metteremo i film che ormai conosciamo a memoria, qualche cinepanettone, Disney.
E tu chissà dove sarai. Su un barcone per l’ennesimo tentativo di vivere? O provare a morire di acqua piuttosto che di piombo?
O forse starai raccogliendo per l’ennesima volta i tuoi pochi libri dalle macerie, per studiare nonostante tutto e contro tutti, mentre i missili fischiano una canzone che non ti piace per niente.
Io sono un granello di sabbia fatto di carne ossa e pelle. E anche tu, solo che siamo stati depositati da un mare che si chiama destino, in due punti opposti della spiaggia che dovrebbe essere la nostra vita.
Milioni di granelli insignificanti mi separano da te.
Io che finisco per chiedere un miglioramento di una vita che è già grasso che cola. Io che posso lottare, andare, venire, provare. Avere porte in faccia e sentire solo l’odore del legno che sbatte sul naso.
E tu magari una porta nemmeno ce l’hai.
Torni a casa senza lavoro, licenziato dal tempo e dalle parole, con occhi che chiedono qualcosa a te, occhi cuccioli, che guardano i tuoi, tu non sai a chi chiedere.
Vorrei provare a raggiungerti, con quella ostinazione che hanno quei medici delle zone di guerra. Quella che guarda in faccia i numeri, le sacche di sangue, le ferite alla testa di un bambino, con una forza che sembra data da qualche dio guerriero, che non porta a noi nemmeno la forza di sopportare il nostro vicino di casa.
E lì, magari il tuo vicino di casa lo devi sfuggire, perchè prega un dio diverso dal tuo.
E la mia coscienza si pasce solo per un cinque per mille, che non so nemmeno se arriva davvero a te. Ho fatto una buona azione, ho messo un mattone di un pozzo. Ma a te tutto questo serve?
E io questo Natale non chiedo di dare, nè di ricevere.
Io a questo Natale chiedo di togliere.
Chiedo a Babbo Natale di sminare i territori abitati da cuccioli.
Chiedo di togliere la paura dai loro occhi in nome del diritto di dormire con il pollice in bocca e la fronte accaldata.
Chiedo che le previsioni del tempo non prevedano più pioggia di bombe.
Che si tolga la parola Pace da discorsi che poi quella pace la fottono.
Chiedo che la slitta e le renne servano a trasbordare più di un gommone infame e di un mare che fa il suo sporco dovere fin troppo bene.
Togliete la parola “verità”, dalle vostre ragioni di guerra che non sana un cazzo.
Stanotte ti ho sognato, eri un bimbo scappato alla guerra. Eri l’unico sopravvissuto su una barca di morte per fame e stenti.
Eri insieme ad una bambina, seduto.
Voi due e un pezzo di terra che si avvicinava, tu trovavi una vecchia radio e la accendevi. Usciva una musica che sembrava di tutti, una nenia di vita aggrappata con i denti.
Io ti aspetto a riva. Ti insegnerò a sillabare la parola “basta”.
Ah, a proposito, Babbo Natale esiste. Te lo giuro.
Gira tutto il mondo, davvero, specie i posti dove vivi tu.
Non porta regali, ma fili di sutura, aghi e letti, e ospedali.
Ha la barba e i capelli bianchi.
E un simbolo rosso.
Si chiama Gino. Gino Strada.


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