Polvere

Ahmed stringe la mano del suo nuovo papà. A dire la verità gli sfugge il concetto di aver cambiato papà in corsa, come se partecipasse a una staffetta. Gli sfugge anche il senso di quello che la sua mamma gli ha detto prima di salutarlo.  
Ha sussurrato qualcosa in lacrime.  Un segreto prezioso. Polvere di perla soffiata dentro l’orecchio. Sicuramente polvere magica, visto che lo ha catapultato in questo aeroporto modernissimo, con negozi in posti dove lui non immaginava nemmeno potessero esserci posti.
In mano un pallone, il sogno di farcela nel calcio e sollevare la coppa del mondo con la sua nazionale. Lo dice sempre al suo papà, quello vero.
Ad Ahmed  piace quando il papà ride, gli si apre la faccia. Uno scrigno di rughe bruciate dal sole, che si spalancano. Una tenda di pelle, un sipario che fa entrare in scena i denti.
 Prova sempre a far ridere il padre, ma ci riesce poche volte. Quando lo fa si sente campione del mondo. il suo papà gli dice spesso:
-         Non vinceremo mai i mondiali, non abbiamo neanche una squadra.
-         Sarò il primo calciatore del nostro paese che diventerà famoso, dopo Alì, come sta il mio fratellone?-
-         Bene, ha scritto giusto ieri, sta bene.
Ahmed non capisce perché papà lo dica così triste, quasi piangendo.
Ahmed si fa voler bene da tutta la famiglia.  non vede i cartoni animati. Come Wil Coyote  si caccia nei guai, ma rispetto a quel cane del deserto maldestro, lui  conosce mille trucchi per non saltare in aria con l’esplosivo.
Un suo fratello è stato mandato in pezzi da uno strano disco verde,  è tornato a casa a rate. Adesso non è più tutto insieme, è un mezzo fratello.
Non capisce perché il suo nuovo papà ha voluto lui, da portare con sé. Lo ha sentito parlare di casa, giocattoli, tv, anche strane parole, famiglia ricca senza figli e lui che li guardava negli occhi con un sacco di domande.
Ahmed voleva portarsi anche il mezzo fratello. Non è stato possibile. Il suo nuovo papà Fa il chirurgo, è  bravissimo. Ha incontrato Alì. Alì voleva andare  in Europa. Vicina e lontanissima. Il nuovo papà lo ha operato d’urgenza  appena arrivato in ospedale, sbranato da un tir e dall’asfalto. Come tutti i ragazzi che hanno braccia forti aveva intrapreso il viaggio, si era aggrappato sotto a un camion davanti a un porto. Sarebbe stato un passeggero discreto nel ventre di un traghetto. Nessuno racconterà ad Alì, la favola di Pinocchio, inghiottito da una balena. Le mani non tradiscono. Loro stringono se gli dici di stringere. Non  se il cervello, contro ogni fibra muscolare ti dice che sei stanco.
Il camionista vide dallo specchietto, il sacco di stracci che cadeva da sotto il camion. Il camionista era un uomo buono, ma Alì non lo sapeva, gli avevano raccontato che il mondo quelli come lui li sopporta a fatica. Chi lo aveva portato fino  a lì lo aveva avvertito  che  valeva anche meno di un topo. Meno già di quanto valeva nel posto dove era nato.
Quel camionista lo avrebbe fatto entrare nel gabbiotto, Alì avrebbe parlato del suo idolo, Buffon. Il camionista avrebbe storto la bocca come tutti i milanisti di fronte a uno juventino.
Ma è destino che Alì vada su quel tavolo operatorio, morente, non morto, questo è già una trama, un rosario da sgranare per voglia del destino. Come chiamare altrimenti quello strano burattinaio che porta il chirurgo a litigare con la moglie?
-  Ancora con quel discorso sui figli?
-  Sì io li voglio, perché non arrivano?
-  Non lo so, Adottiamone uno
-  Non voglio aspettare, soprattutto voglio che sia il destino a dirmi se avrò un figlio, non voglio incontrarlo per forza-
-  Se lo adottiamo, dimezzeremo i tempi.
-  Non voglio ascoltarti più.
-  Le tue amiche sono tutte mamme, sono loro che ti mettono in testa queste idee,  sai che ti dico? Stasera non resto nemmeno a casa, vado in ospedale a cambiarmi di turno con il mio collega che voleva la serata libera, arrivederci.
Tra le mani del chirurgo dopo la sua morte, c’erano le poche cose personali di Alì. Quaderno, una foto di Buffon, una cartina strappata dell’Italia. Aveva fatto di tutto per salvarlo, ma la pallina del rosario del destino di Alì era troppo fragile, ed è finita in polvere, forse la stessa polvere di perle che la mamma di Alì soffia al fratellino prima di mandarlo via.
Nel quadernetto, una poesia per  Ahmed:

Piccolo alberello della nostra famiglia,  mia anima di fratellanza, non lasciare mai i tuoi rami troppo esposti al sole che non conosci.
Non credere a chi ti parla di pace tenendo un mitra in mano e non ti sorride.
Non dare la tua anima a chi dice di pensare al tuo futuro dall’alto di un palazzo a vetri che non vedrai mai.
Credi  solo al soffio di polveri del vento, fai attenzione a quello che ti sussurra, con lui ti arriverà la   mia voce che ti grida il suo bene.
Al mio fratellino,  che porterò via dall’inferno quando giocherò in serie A. 

C’è anche  una foto recente. Scatto regalo di un reporter di guerra, per averlo ospitato nella loro casa.
Un bambino bellissimo, sorridente. Se la guerra si cancellasse con i sorrisi dei bambini, basterebbe quello di Ahmed per cancellare due o tre conflitti sparsi.
- Noi non vinceremo i mondiali.

Le ultime parole di Alì.

Il medico ha parlato con i suoi amici di una Organizzazione Non Governativa importante, possono portare via Ahmed, per tanto tempo, per sempre, il padre, quello vero,  è  subito d’accordo. Non c’è tempo da perdere, tra poco in quelle zone la polvere del vento del deserto porterà odori nauseanti e urla, disperate. Ahmed non deve sentirle. I suoi occhi non hanno ancora il terrore che le sue orecchie possono istruire.
Ahmed  vede ridere il suo “quasi non più papà” con una smorfia, stavolta non gli piace tanto quel ghigno.
Per Ahmed niente ventri di traghetto e ruote di camion. Pulito, ben vestito, un giocattolo nuovo tra le mani. Niente soldatini o mitra a salve.
A casa nuova lo aspetta un videogame di calcio, uno di quelli dove puoi fare le squadre personalizzate, così vincerà i mondiali con la squadra del suo paese. I suoi rami sono salvi, ma l’ulivo della sua gente, le sue radici, forse bruceranno anche sottoterra.
Il destino ha giocato. Alì, un reporter di guerre, un camionista che non ha potuto mostrare il suo cuore a quel ragazzo, un chirurgo che non doveva esserci, una moglie che vuole essere madre, hanno portato Ahmed verso una salvezza che lui avrebbe voluto diversa. Ma in questo mondo non si può sindacare il modo di ringraziare. Quando passa il treno giusto non c’è il tempo di fare le valigie. Giusto qualche secondo per prendere tra le mani il pallone nuovo che il suo papà, altrettanto nuovo gli regala.
E se lui in foto non avesse sorriso? Chissà se il suo nuovo papà lo avrebbe voluto lo stesso e la sua nuova mamma se lo sarebbe stretto così forte, Il chirurgo ha detto qualcosa di Alì a quell’altro signore ben vestito, che traduce sottovoce a papà e mamma. Forse lo conosce, forse Alì non è venuto perché ha tolto il posto a Buffon e ora deve giocare. Sì sarà così. È troppo impegnato.
Ahmed non  fa domande, non è bello chiedere a chi già ti sta regalando sorrisi e non mine antiuomo, lui poi adesso sta ancora pensando alle ultime parole che la sua mamma gli ha detto, poco prima che il suo mezzo fratello lo abbracciasse contento, prima di piangere. Perché piangono tutti, se sono felici?
“ quando sarai arrivato nella tua nuova casa, prova il piacere di annoiarti, senti che bello non fare assolutamente nulla senza avere paura, fallo figlio mio, annoiati, più che puoi!”.

Chissà cosa voleva dire la mamma soffiandogli nell’ orecchio polvere di perle impastata con parole e lacrime. Polvere magica.


La foto del racconto mi è stata donata dal mio amico Elio Carrozza.
La foto fa parte di un progetto che va sostenuto in ogni suo aspetto; vai alla pagina di Anime Salve .


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