Saper dire di no



Ci vuole coraggio a ribellarsi al potere. A voce, indignandoci dentro il nostro guscio forse lo facciamo. Ma dire apertamente "io non ci sto" non è cosa da tutti. Ci vuole coraggio a essere la faccia della vera democrazia. Come questo signore qui. Carlos Humberto Caszely. Cileno. Sembra un uomo tranquillo, un vicino di casa che non vuole guai. Ma Carlos ha una storia che ci vuole un elefante a portarla tutta. Carlos è un calciatore del Colo-Colo nel 1970, appoggia apertamente Salvador Allende, il leader di Unidad Popular, che vuole far splendere il paese di luce propria, senza altre influenze ed ingerenze. Il suo sogno si interrompe in un 11 settembre ante storia americana. Nel 1973. Quando il generale Augusto Pinochet bombarda il palazzo presidenziale e prende il paese sotto una giunta militare uccidendo Allende. Carlos è un gran giocatore. E in quel momento non è in Cile, gioca in Spagna. La democrazia è morta in Cile, ma il calcio continua a esistere, anche perchè per Pinochet è un ottimo strumento di propaganda. Carlos è convocato per una partita surreale. Non vorrebbe andare, ma il cuore della sua nazione lo chiama. Dovrebbe giocare contro L'Urss, la vecchia Unione Sovietica. Partita di qualificazione ai mondiali. Ma la nazionale rossa si rifiuta di andare a far visita ai cileni e di giocare allo stadio di Santiago, dove Pinochet aveva fatto torturare e uccidere migliaia di oppositori. Qualcuno potrebbe dire "da che pulpito, i russi che non vanno dove si è torturato o ucciso", ma non è questo adesso il punto. Il punto è che Carlos fa una cosa di cui si vergognerà per tutta la vita. il copione prevede che in un campo vuoto, il Cile segni un gol, lo dovrà fare il capitano Valdes dopo un passaggio di Caszely. Si vergogneranno entrambi. Ma non avranno la forza di interrompere una sceneggiata davanti ad uno stadio gremito. Il Cile andrà ai mondiali, Pinochet a quel punto vorrà salutare la squadra. Lì ci fu il grande coraggio di Caszely. Al palazzo presidenziale, Pinochet gli allungherà la mano per stringerla. Caszely lo guarderà con un sorriso di traverso e con le mani ben intrecciate dietro la schiena. Un gesto di sfida aperta al regime. Che continuerà anche dopo, in altre occasioni in cui i due si incontreranno. sarà sempre così. Sguardo di sfida e mani dietro. Il regime proverà a fargliela pagare. Per anni la madre di Carlos scomparirà, inghiottita nel nulla. Riemergerà, ma provata da torture atroci e da morte respirata ogni giorno. Fino a quel giorno, in cui nel 1988, Pinochet, sicuro di continuare a governare e ripulito da anni di morte, indirà un referendum per decidere se lo si voleva ancora al potere. Carlos non gli ha mai stretto la mano. Chi non vuole più la dittatura deve votare "no". In uno dei tanti spot in Tv contro Pinochet, appare una donna, che racconta le torture che le hanno fatto. Alla fine dello spot, appare il viso di un uomo tranquillo, sembra un vicino di casa che non vuole guai, dice le seguenti parole: "Per questo il mio voto è No. Perché la sua allegria è la mia allegria. Perché i suoi sentimenti sono i miei sentimenti. Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere. Perché questa bella signora è mia madre”. Carlos Caszely, l'uomo del no, con tanto, tanto coraggio.

Powered by Blogger.