Se potessi mangiare un'idea




La logica che porta alla creazione di una squadra di calcio è quasi sempre quella di rappresentare una comunità. Si creano squadre di quartiere, come il Chievo, che prende il nome proprio da un quartiere di Verona, oppure in Inghilterra, che addirittura solo a Londra ha una pletora di squadre, ognuna con la sua estrazione sociale. Gli operai, i ricchi. A Glasgow, in Scozia, ne fanno una questione di religione. Protestanti e cattolici. 
Correre appresso a una palla. Questo salva subito, senza troppi artifizi. Dalla noia, o dalla povertà da dimenticare almeno per qualche ora. Dalle bombe. Molti giocatori bosniaci come Dzeko, raccontano gli orrori di una guerra da cui sono fuggiti, o in cui si allenavano prima di tutto ad evitare cecchini.
L’amore per il calcio è orgoglio cittadino, amor di patria. Fu orgoglio ellenico nazionale, quando la Grecia vinse gli europei. È dimenticarsi di essere della stessa città, quando c’è Sampdoria-Genoa, Juve-Toro, Roma -Lazio.
Eppure c’è una squadra che rappresenta qualcosa che non c’è più. Una città totalmente cancellata e inesistente. Che ha lasciato come testimonianze della propria vita solo una moschea e la squadra di calcio.
È la squadra del Qarabag. In Azerbaijan.
Ufficialmente rappresenta la città di Agdam. Ma la città di Agdam, non esiste più. Esiste una città vicina, ma ha cambiato nome e non è nemmeno Azera.
Successe negli anni novanta. Una di quelle guerre che la televisione non segue e quindi sono totalmente ignote o quasi. Il conflitto del Nagorno-Qarabag. Una repubblica indipendente proclamata e non riconosciuta. Voluta dalla maggioranza del territorio che era Armena. Che ha invaso e cacciato queli che non appartenevano alla loro etnia. La città di Agdam era un baluardo di resistenza della minoranza Azera, fu raso al suolo e i cittadini dovettero scappare.
La squadra di calcio non fu cancellata però. Continuò la sua vita. E adesso il Qarabag esiste ancora. Ma non rappresenta nulla, se non un’idea, un sogno. Loro giocano per una città che non c’è. E non ci sarà più. Girano per gli stadi azeri, spesso giocano nella capitale, Baku.
Ma non hanno tifosi, non hanno stadio, hanno solo una cosa, forte, pregnante e presente. L’orgoglio.
Hanno vinto anche un campionato, e hanno messo in riga squadre blasonate in Europa.
Gaber diceva “se potessi mangiare un’idea”. Qui l’idea ha vinto, contro fame e guerra. Ma è una vittoria che costa tanto. Costa la propria patria. Insomma, se siete alla ricerca di squadre che vi siano simpatiche, direi che un Qarabag senza casa, può avere un posto. Un piccolo posto sicuro nel vostro amore per un calcio che resiste, sotto le bombe.

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