Gli occhi sono valigie




Mio nonno non l’ho mai conosciuto.
Viaggiava su un tempo che io non ho mai visto. Si è consumato prima che potessi sentirne il sapore infeltrito. Mio nonno ha fatto a tempo a vedere due guerre, portandosi appresso la stanchezza di non volerne mai più una terza. Ma non avendo la fatica di urlarlo.
Mio nonno mi chiedo quante cose si è portato appresso negli occhi, prima di chiudere gli occhi.
Io l’ho capito adesso che gli occhi sono valigie.
Valigie che tieni sempre aperte, le chiudi solo quando è ora di andartene davvero.
Mio nonno aveva tre Zeta. Zanca, ma poi aveva il suo orologio Zenith e il suo cardigan Zegna.
Aveva tre zeta mio nonno. E una valigia per occhio.
E sembra strano che le valigie che sono gli occhi, sotto possano avere anche le borse.
Mio nonno guardava il mare e poi la sua città, non necessariamente in questo ordine.
E poi guardava l’amore e la gente, i figli e la sua casa, i suoi mobili.
Mio nonno guardava.
Non so che cosa abbia guardato, so cosa mi ha insegnato.
Che gli occhi sono valigie.
E che ci puoi andare ovunque, quando però prima hai messo tutto quello che ti serve.
Ad esempio quando ero appena nato, lui sentì che le sue valigie si stavano chiudendo per sempre, per un viaggio diverso da quelli fatti per guerre o per piacere.
Allora si sedette accanto a dove dormivo, per giorni interi mi guardò, guardò dormire, mangiare, piangere.
E disse solo “voglio portarmi il ricordo di mio nipote con me, sento che manca poco, uno Zanca viene, uno se ne va.”.
Prese le sue valigie poco dopo e le chiuse, per sempre.
Io mi ricordai di lui. Anche molto dopo. Forse avrà dimenticato qualcosa che non ha messo in valigia.
Che prima o poi gli riporterò. Molto più in là.

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