Il fascino dei paraguri




Che belle le parole storpiate da bambini. Ne ho sentiti alcuni parlare di "paraguri", che sarebbero i paguri, poi i fuochi dentifricio, pulipatico, per dire antipatico, cacchina per macchina, dadà, al posto di papà. Il loro modo di esprimersi è spiazzante. I loro ragionamenti lineari e semplici. Basta vederli nella gestione dei dolori propri o altrui, nella ricerca di un rimedio che quasi deve sfiorare la magia. Avere una macchina del tempo che riporti indietro tutto, quando quella spina che faceva male nemmeno esisteva. Si litiga per motivi che non sono insormontabili, si fa pace perchè occorre avere alleati nella prossima guerra cosmica che bisogna combattere contro i marziani, oppure perchè si hanno le figurine dei Pokemon che mancano all'altro. Credono alle nostre spiegazioni di amori stiracchiati, veri, con direzioni diverse, alla chiave universale che "ovunque saranno, papà e mamma ti vorranno sempre bene". Ci affidiamo a piloti esperti della loro anima quando ne vediamo una incrinatura, forse la complichiamo, forse ci assolviamo. Però il loro mondo in fondo ci spaventa, sembra che nel nostro profondo li vorremmo grandi, per non trovarci costretti ad abbassarci e farci trovare impreparati dalla loro logica. Perche da adulti abbiamo parole pompose, non corrotte da alcuna distorsione. Noi non diciamo paraguro, non definiamo un oggetto con un nome che sembra tirato fuori dall'azteco antico. No. Noi diciamo belle parole. Amiamo, insultiamo, definiamo, giudichiamo con stupende parole che conosciamo anche solo per sentito dire. Però, a lasciarle cadere per terra, fanno un rumore poco simpatico, quelle dei bimbi, quando cadono, hanno belle melodie. Di canzoni e sigle dell'infanzia. Condite da logica disarmante. Al contrario delle nostre, dotate di porto d'armi.

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