Ho preso l'influencer




Certe volte mi sento come Catarella, il poliziotto di Montalbano, che si trova ad un convegno di scienziati nucleari che parlano in assiro antico. Spiego meglio, a volte mi trovo in riunioni di redazione in cui i miei colleghi parlano in termini per cui io a volte mi blocco, cercando disperatamente di capire che cosa era la parola che hanno detto. Mi sento come uno a cui stanno facendo uno scherzo, parlando una finta lingua che solo lui non capisce. Ovviamente esagero. Tra i vari termini che ho dovuto tradurre col mio fedele dizionario Assiro-Inglese-italiano complicato-italiano semplice, in questi giorni me ne è balzato alle orecchie uno. Social influencer. Sarebbe praticamente uno che consiglia prodotti o tendenze, usando i social network e avendo molti seguaci, o come dicono loro, stendendo bene l'ultima consonante, followerssss. Mi sono informato, anche per non trovarmi impreparato alla prossima riunione e dover dire che avevo studiato il pessimismo leopardiano. Togliamo chi questo lo fa con serietà, che per carità tutto il rispetto. Ma a quanto pare ultimamente si è progredita una mandria di cialtroni, che crede che questo sia un mestiere. E lo dice. "Sono social influencer" oppure che fa la star per il seguito che ha. A parte che stiamo andando verso un mondo che funziona al contrario. Per cui essere Social influencer conterebbe nella vita reale, invece mi piacerebbe che essere tornitore in cassa integrazione fosse più rilevante sui social. Il contrario. Detto questo, il loro atteggiarsi a grandi divi, mi fa pensare al buon Carosone, quando perculava chi si sentiva americano. Mi sembrano quelli che facevano i Vitelloni negli anni 50, gli yuppies, negli anni 80. Di base il vecchio concetto "faccio cose vedo gente", equivalente a "non faccio una fava". Ora scusatemi, io e il mio dizionario di assiro andiamo in banca, vediamo se dicendo che adesso sono Social Influencer, mi accordano un mutuo. Quando tempo fa ci andai da cassintegrato, mi hanno riso in faccia.

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