Il deposito delle buone intenzioni




Sono entrato in una libreria bellissima, tempo fa. Avrei lavorato anche a metà stipendio lì. Tanto per me avrebbe significato avere uno stipendio. Un posto dove i libri avevano una collocazione degna dove stare e altri assumevano dignità solo per il luogo bellissimo dove si trovavano. Io ho fatto quello che faccio sempre. Ho iniziato a girare assecondando le mie vibrazioni a guardare e toccare la carta. Quando succede inesorabilmente mi dico che piacerebbe anche a me scrivere un libro e vederlo esposto lì. In una libreria bella. Non in un autogrill, magari vicino al salame pepato che sta lì dal giurassico. In una libreria così. E inizio i buoni propositi, penso al titolo, che deve essere convincente, come quelli che leggo sugli scaffali: "che ti amo lo sanno solo i carciofi", "il giardino del nano assassino", "non chiedermi altro". Cose così, che uno si ferma stupito e dice "minchia, se il titolo è questo, allora pensa la trama...". Mi vedo assorto a tagliare fuori il mondo, col mio pc e i miei quaderni pieni di appunti. E mi sento motivato. Poi esco. E mi rendo conto che quella abnegazione, oltre alle mie molto dubbie capacità di scrittore, è rimasta dentro la bellissima libreria. E ho pensato che ognuno di noi ha un posto così. Un deposito di buone intenzioni, dove entriamo, le guardiamo, le rinnoviamo. Gli diamo una spolverata e una ravviata. Poi usciamo. Chiudendo bene a chiave.


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