Daniele, devo ancora ringraziarti


Emerge sempre tutto. Ma magari lo facesse nel momento in cui serve. No, dopo anni, quando dirlo non serve a niente. Come parlare ad un muro che per giunta è clamorosamente sordo.
La memoria è come un lago. Non fiume che poi porta tutto a valle, non mare che disperde. Un lago. Quello che ci butti, conserva. Solo che alcuni ricordi vanno giù come pietre, altri salgono, si fanno vedere, come ninfee leggere.
Qualche anno fa, il 24 maggio 2014, Daniele Discrede mi è stato richiamato, come una ninfea. Ma non fu per nulla leggero, fu uno schiaffo in piena faccia.
Durante un tentativo di rapina era rimasto gravemente ferito, per difendere la figlia, prima che l’incasso. Davanti al supermercato dove lavorava a Palermo.
Non ce la fece, all’ospedale il suo cuore se ne chiamò fuori. E il nostro fu buttato dentro. Perchè l’andarsene di Daniele ha dato rabbia, ha dato richiesta di giustizia, di cui ancora non ci si è potuti saziare e lotte della famiglia per sapere la verità. La mamma ha una forza incredibile e per lei non si molla un passo. Il fratello è come quando giocava a pallone, non esiste sconfitta, finchè non è finita. E questa lotta è ancora lontana da finire.
Già. Il calcio. Questo ci ha unito. Ho conosciuto Daniele mentre andavo al liceo. Al Meli. Vito era mio compagno di scuola. Fu un momento quasi da calcio in stile Longobarda di Oronzo Canà. Io ed un mio compagno non fummo ricompresi nella squadra della classe per un torneo studentesco di calcetto. Lui, disse solamente “ora li fottiamo e ci facciamo una squadra nostra”. Si mise in caccia dei “reietti” di ogni sezione. Vito fu il primo, che aderì a questo progetto di sciammannati, poi pescò due talenti di una classe sotto la nostra, che non avevano una squadra, poi prese mio cugino, che non sapevo di avere, improvvisamente ebbi anche una parte di mio sangue in squadra, ma molto, molto più bravo di me a dimostrazione che il sangue è acqua. Infine un portiere. Mancava qualcuno. Uno che desse peso lì davanti. Vito ci disse “ci sarebbe mio fratello”. Già, eccome se c’era suo fratello. Di fisico era un giocatore fatto e finito, di piedi pure. Se solo si fosse disciplinato, avrebbe giocato in palcoscenici più importanti. Papadopulo, allenatore, ai tempi del Licata, lo aveva già preso. Ma Daniele, imparai a conoscerlo, era così, guascone, generoso di cuore, spontaneo. Ma anche molto ostinato. Li vidi insieme negli spogliatoi per la prima volta, Vito e suo fratello. Daniele parlava e Vito lo invitava a volare basso, a smetterla di fare sempre il presuntuoso. All’apparenza sembrava un rapporto conflittuale. All’apparenza. Altro che conflittuale. Vito quel fratello lo proteggeva, lo adorava e gli voleva un bene infinito. Ma lo esprimeva a modo suo, senza troppe tenerezze. In campo litigavano e si sfanculavano, ma erano lì, a lottare e a non mollare. Avemmo anche la nostra soddisfazione, sconfiggendo la squadra della mia classe. Ai rigori, dopo una partita incredibile. 4-0 per loro nel primo tempo, 4-4 all’ultimo minuto della ripresa. Con i fratelli Discrede a fare sfracelli. Finita quella partita, giocata in maniera incredibile da Daniele, ci fu una delle dimostrazioni più belle di amore fraterno che abbia mai visto. Daniele si sedette sfinito, Vito si avvicinò, lo guardò con una fierezza enorme, gli diede una pacca e disse: “chistu è mè frati”, questo è mio fratello.
I ricordi sono ninfee, di quel torneo, fatto insieme e che non dimenticheremo mai, ricordo un episodio. Tra le varie partite ne giocammo una difficilissima . Stavamo vincendo 4-3. Contro una squadra fatta anche di gente che giocava davvero per i campi dove non si facevano complimenti. Ricordo che un giocatore superò il nostro portiere, lo fece sedere. Io ero davanti alla porta, in un disperato tentativo, lui calciò a botta sicura, mi buttai sul pallone e venni superato, ma con la mano, da dietro, lo respinsi fuori. Era rigore. Rigore sacrosanto ma non visto e che io ovviamente negai. Il loro attaccante mi venne incontro, era abbastanza alto e incazzato, lo aspettai, ma sapevo che avrei avuto la peggio. In un lampo, Daniele lo travolse, lo sbattè fuori dalla mia vista e se lo sbranò a minacce e spinte ben lontano. Gli disse chiaramente “veditela con me, forza, se hai coraggio”, l’arbitro li divise. A fine partita si stava per riscatenare tutto, certo non mi sarei tirato indietro, ma ovviamente non c’era da stare allegri. Daniele venne accanto a me, mi mise una mano sulla spalla e disse “compà tranquillo, ai miei compagni non li deve toccare nessuno”.
Non dissi nulla, fui contento di quella solidarietà.
Solo che non lo ringraziai mai.
E ora vorrei tanto farlo, rivedere Daniele, davanti ad una birra, insieme a Vito e a tutti gli altri, a mio cugino, al mio compagno di classe che fece la squadra e anche qualche avversario. Vorrei ridere, farmi prendere in giro.
Ecco, questo ricordo vorrei si potesse cambiare. Che Daniele fosse ancora qui. Lo so che è egoista. Lo so.







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