Ho perso i micronauti




Ero molto piccolo, non avevo per nulla paura dell'acqua. Mio padre mi ricordava sempre che quando eravamo anche in zone con fondale profondo sguazzavo senza timore o aiuti, al massimo lui metteva una mano sotto ma giusto per cautela. Un giorno eravamo su una barca, un mio zio in vena di spirito non aspettò che mio padre entrasse in acqua, mi prese e mi scagliò giù. E io vedendomi senza nessuno accanto sono andato a fondo, ripreso in tempo da mio padre che si tuffò vestito. Da allora per parecchi anni,io non ebbi più il coraggio di avvicinarmi all'acqua alta. Se non sentivo il fondo non mi tuffavo nemmeno. Ogni estate una tortura per i miei, che amavano molto scogli e zone senza sabbia, che spesso non permettevano oasi e piscinette, ma una tortura per me che mi intristivo a riva. Poi quando la misura fu colma, parecchi anni dopo, dissi che non ce la facevo più, che volevo nuotare e che non potevo avere ancora paura. Le prime scene erano ridicole per chiunque avesse un barlume di dignità. Ero un bambino di nove anni che stava sulla riva della scogliera dell'Addaura con un salvagente ignobile, senza la minima intenzione di tuffarsi. Mio padre e mia madre passavano la giornata a promettere e ad incitare. A quei tempi andavano di moda i micronauti. Dei robot giocattolo di varie dimensioni che io collezionavo golosamente. Un giorno mia madre esasperata, disse che se mi fossi tuffato in acqua, mi avrebbe comprato tutti i micronauti, tutti. seguì una trattativa febbrile, io sul costone di roccia con l'inseparabile salvagente, lei più sopra. Credo che ricordassimo due superpotenze, o più miseramente io ricordassi un criminale barricato che al posto di una cintura esplosiva aveva un salvagente con le ancore e le paperelle.
Nemmeno i micronauti poterono mettere fine a quella vicenda ridicola e grottesca. Mi risedetti sulla roccia, triste. A guardare il mare e bagnarmi solo i piedi. Mia madre fu quasi animalesca nella sua decisione. Vide mio padre che era più vicino a me, gli disse "Giovanni, dagli un calcio in culo", mio padre la guardò come impazzita, cercando una scappatoia per esimersi. Mia madre insistette: "Giovanni, sono sua madre, dagli un calcio in culo e mandalo in acqua". Si avvicinò, alle spalle, il marrano. E mi diede una pedata secca. Caddi in acqua. Tutti erano pronti a tuffarsi temendo annaspassi, ma io mi ricordo che riemersi con il preciso intento di saltare alla giugulare di mio padre, per cui cominciai a nuotare. E solo allora mi accorsi che nuotavo bene, senza paura, il trauma era passato e per fortuna passò presto anche il ridicolo salvagente. Ci pensavo tempo fa, quando mi dicevo che forse alle volte assestare un bel calcio in culo a qualcuno, o riceverlo per benservito non è sempre un male, anzi, a volte è l'inizio di una vita diversa. A proposito, io tornando a riva ci provai a chiedere a mia madre i micronauti, mi disse che il patto era che mi tuffassi da solo. Senza aiuti. Ben mi sta.

Powered by Blogger.