Il Re Leone saluta così




Non esiste, non illudetevi. La storia d'amore perfetta, di qualsiasi natura sia, non esiste. Se ne guarderete la timeline, il suo percorso, tra l'argento lucente e le parti abbaglianti, troverete della ruggine. Parti mal lucidate, a volte per volontà, perchè si sono volute trascurare, dimenticare, buttare nella differenziata del rancore. Ogni cosa che nasce per passione a volte ha delle brusche frenate, tu non chiedi nulla, l'altra parte smette di dialogare. Ad esempio il troppo amore portò questo signore qui ad un declino prematuro. Julen Guerrero è stato un signor giocatore, basco, nato e cresciuto nell'Athletic club de Bilbao. E con quella squadra creò un cordone indissolubile. Immaginatevi un Totti che gioca alla Catedral, come viene soprannominato sacralmente il campo dei leoni. I primi anni sono sfolgoranti, il ragazzo piace, non solo sul campo, gentile, disponibile, colto, timido quanto basta e idolo del pubblico femminile. Tutto bellissimo. Anche troppo. Il ragazzo diventa l'icona dell'Athletic. Soprannominato "il Re Leone". Talmente innamorato della sua squadra da farsi costruire la casa sopra il campo di allenamento. Lui la mattina doveva svegliarsi e doveva vedere l'altra casa sua. In quegli anni '90, in molti bussarono a quella porta. Il Real in testa. Gli fecero talmente tante offerte che un giorno un emissario della casa blanca gli chiese espressamente "ma quanto vuoi? Scrivi la cifra e noi te la diamo.". Julen quella penna non la impugnò mai. Il suo Athletic era una parte del corpo. Ma gli amori devono essere corrisposti. Se uno mette carbone per il motore di una nave e l'altro no, prima o poi si gira in tondo. Fu così. Ad un certo punto, Julen si trovò da idolo a sopportato, da persona stimata a esubero. E ovviamente come tutte le persone sane di mente si fece qualche domanda. Perchè prima di tutto ci si chiede dove si sia sbagliato. Cercò soluzioni, pensò di andare via, addirittura aveva ancora mercato, nonostante marcisse in panchina. Milan e Roma lo avrebbero comprato al volo. No, lui non andava via. Non si rassegnò mai, ma nemmeno il pubblico lo fece, se è vero che anche adesso, la tifoseria è piena di maglie col suo numero. Otto. Ogni volta che un allenatore si muoveva a pietà, facendolo entrare, era un boato. Pensate adesso a Totti in panchina e a quello che succede quando si alza. Ma non bastò. Qualcosa si ruppe e purtroppo non dalla parte di Julen. Che si ritira con un anno di anticipo sul contratto, nel 2006. Nel 2005, lasciò un timbro di quello che sapeva ancora fare, sotto di tre gol, L'Athletic lo lasciò entrare. Partecipò due delle tre reti del pareggio, poi segnò il 4-3. Perchè quando si ama tanto un progetto, alla fine si mette da parte tutto, anche quando si è di troppo. E si saluta firmando, con classe.

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