Non sai cosa ti sei perso




Non avresti dovuto. Non sai cosa ti sei perso. So camminare sulle mie gambe, ti avrei dato soddisfazioni. Tu che mi guardavi con sguardo di chi non mi dava un petecchione bucato, preoccupato e teso.
Non avresti dovuto, ti avrei dato un piccolo uomo da crescere, un cucciolo di cui ho un sogno e un incubo. Che mi diventi un agente di borsa, o che diventi un artista amato da tutte le folle. E ti lascio immaginare quale dei due è l’incubo.
Non avresti dovuto perchè ti potevo salvare la vita, se solo me ne avessi dato il tempo. E invece adesso frugo tra le tue carte, risento in testa la tua voce, mi sembra che a volte mi dai delle piccole spinte o dei pizzicotti. Giusto per darmi contezza che non te ne sei andato.
Ho le tue foto austere, che il tuo bimbo scherzoso lo tenevi per pochi. Ho un forziere pieno di ricordi e pochi giocattoli, la prova che nessuno si compra, che ci si conquista con i gesti.
E chi si scorda la tua birra gelata comprata apposta dopo mie giornate di fatica.
O i tuoi biglietti appesi alla porta per dirmi quando svegliarti. Diventati quasi dei romanzi a puntate.
Il tuo caffè già pronto, che tanto io e te lo bevevamo anche sbattuto al muro.
I tuoi insegnamenti digeriti con calma, detti con pazienza.
Dove sono le tue paure per le mie prime uscite da neopatentato?
Dove abbiamo messo quegli abbracci che prima o poi ci proponevamo di darci?
E perchè questa pellicola si incastra sempre nello stesso punto.
Con questa celluloide puzzolente di ospedale. Eppure quando dicevano che se ti avessi dato un pezzo di fegato ti saresti salvato, l’ospedale mi sembrava il posto più bello del mondo.
E le tue lacrime quando ho detto sì, che avrei donato un pezzo di quello che avevi fatto anche tu, chi se lo scorda?
Io che cosa ne faccio di tutto questo.
Di quello che a me non hai insegnato da nonno, per fare meglio il padre?
Del vedere la donna che amo trafiggerti il cuore con le vostre similitudini?
Lo sai che ti somiglia tanto? Testarda come te, non rancorosa, litigiosa, e incapace di esprimere a parole tutto il suo amore.
Si prende cura di me e io non glielo lascio fare, come con te.
Voglio ancora litigare per te. Come quella volta che stavi male e stavi vomitando davanti ad un marciapiede, il poliziotto aveva capito, il passante no e ti aveva apostrofato. Tu gli dicesti “ma non ha un po’ di pietà?”. Non ricordo la sua risposta, supponente e spocchiosa, so che gli ero saltato alla giugulare.
La mia parte animale ti ha sempre fatto paura. Mi dicevi “io non so se me la sento a volte di rimproverarti, sei più grosso di me, potresti incazzarti”. Non capivi che potevi anche farmi male, da te mi sarei fatto massacrare.
Ti devo avermi fatto sfondare una porta con un pugno, e poi aver creduto che ci ero svenuto sbattendo la testa. Era morto uno dei miei migliori amici. Il dolore doveva avere una via che valesse una porta sfasciata.
Ti devo l’immagine più tremenda che un figlio possa ricordare.
Un fantasma che mi addormenta e mi sveglia. E questa maledetta pellicola che non va avanti. Ti ricordo stanco, afflitto.
Ti devo il bene e il male come lo concepisco.
L’amore e l’essere amato come lo concepisco.
Ti devo i tuoi occhi liquidi, che dicevano qualcosa che adesso mi comincia ad esser chiaro.
Ti devo una parte combattente di me stesso.
E ti devo una cosa che imparai. “Padre” si dice per definire in maniera solenne un genitore. “Papà”, è più confidenziale.
Io sono confidenziale con te, odio essere formale. Specie nel giorno del tuo compleanno.
Non sai cosa ti sei perso. Io lo so però. Quello che ho perso da quando non ci sei. Una parte. Che non ho abbastanza parole per spiegarla.
Ciao papà.


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