Srebrenica, l'orrore che non va dimenticato



Alcune tragedie, hanno solo il difetto di esistere solo per il capriccio degli esseri umani. Questa è la storia di una tranquilla cittadina. Adesso è immersa tra due costoni di una montagna. Pace e tranquillità. Da questa cittadina sono uscite urla disumane. E ancora oggi, si scava e si trovano ossa. Il bilancio delle vittime viene costantemente riveduto. Anche se la cifra ufficiale è 8372 persone. Tra quelle ottomila e passa persone c'erano bambini. E ragazzi. Furono uccisi e sepolti in fosse comuni. Bambini. Questa cittadina ha avuto un solo difetto, ha passato il suo dramma in un'epoca in cui il social non esisteva. Per cui, ha dovuto solo sopportare l'indifferenza e l'indignazione breve, che ognuno esprimeva a casa propria il tempo del telegiornale. Quando ancora si diceva "spegni che ci sono i bambini".

Quando successe il tutto, in alcune case senza social c'erano uomini che piangevano guardando il Tg, che davano pugni al muro e si sentivano impotenti di fronte ad una atrocità del genere. Uomini che cercavano informazioni su come poter adottare anche un solo bambino di quella città, uomini che volevano andare lì a dare una mano. La città doveva essere protetta dall'ONU. Non fu così. Ma tanti di noi non ricordano. Questa epoca ci ha portato a crederci fenomeni dell'informazione. Gente la cui opinione sembra indispensabile per andare avanti. Dobbiamo dire la nostra. Siamo diventati la risposta arrogante a una domanda mai fatta. Siamo capaci di trasformare l'atroce oggettiva morte di un bambino, in un litigio sulla necessità di postare o meno la foto, più che sulla necessità di fare qualcosa.

Vent'anni fa, la nostra opinione necessaria, la sentivano solo parenti e amici, per fortuna, forse. A proposito, la città si chiama Srebrenica, dove ci fu un massacro nel 1995.

La storia è di una crudeltà semplice e disarmante. Il 9 luglio 1995 l'esercito Serbo attacca la piccola cittadina, che nel frattempo è stata smilitarizzata dall'egida dell'ONU, per consentire lo sfollamento dei profughi sotto la loro protezione. All'interno della cittadina vivevano bosniaci musulmani. L'esercito Serbo entrò in città e procedette a dividere uomini donne e bambini, L'ONU non mosse un muscolo e si girò dall'altra parte. All'interno fu una carneficina, culminata in una distesa di fosse comuni. I profughi e le loro urla furono uditi dai caschi blu, che non si mossero. Nemmeno quando gli veniva chiesto da chi riusciva a scappare.

Il Tribunale Penale Internazionale, nella sentenza di appello del 26 febbraio 2007, dove il massacro fu ufficialmente riconosciuto come genocidio. A luglio del 2014, una ulteriore verità è stata ristabilita, oltre a quella di dare le responsabilità al governo serbo. La corte dell'Aja, ha stabilito che anche il governo olandese, che coordinava le forze ONU in quel momento a Srebrenica, è responsabile e dovrà risarcire i parenti delle vittime. Magra consolazione per chi ancora, vaga alla ricerca di qualche oggetto o indumento che lo riporti a chi gli era caro.

Il concetto di fortuna varia a seconda di chi la guarda. La fortuna per qualcuno è che una giornata si svolga senza intoppi, che il proprio ecosistema personale si muova senza incepparsi. Poi se fuori è il delirio di miseria umana, poco importa. C'è chi quell'ecosistema lo allarga. E magari prova anche a rendere il mondo migliore sorridendo, magari se riesce a fare qualcosa di buono, per se stesso e per gli altri, è ancora più felice. C'è chi coniuga l'amore e vomita aria fritta elaborando concetti mai chiesti, convinto che il mondo non possa fare a meno di lui. Poi c'è chi considera una fortuna riuscire ad avere un libro sotto le bombe e poterlo studiare. O chi è sopravvissuto a qualche traversata in gommone e la terra diventa meglio di una bella donna da orgasmo.

Tra le labbra di ognuno, la fortuna trova il vestito che gli vogliamo dare, a volte è solo un sinonimo, fortuna come bel lavoro, fortuna come figli sani, fortuna come aver scampato un pericolo ed essere sopravvissuti. Forse la differenza è proprio nella lingua, nell'etnia. Magari in occidente, fortuna è una cosa, altrove un'altra.

A Srebrenica, il concetto di fortuna è essere sopravvissuti ad una strage.  Tra quelli che non sopravvissero c'era Nino Catic, Un giornalista bosniaco che parlò per l'ultima volta alla radio, lanciando un disperato appello dalla città assediata, il 10 luglio del 1995. Poi sparì, inghiottito dalle fosse comuni. Qui entra in ballo il concetto di fortuna. La madre Hajra, lo cerca ancora, non sa dove lo abbiano sepolto, ma ha una cosa che altre madri che cercano i figli non hanno. Ha almeno la sua voce, dentro un registratore, dove sente quando il figlio trasmetteva. Lei si considera fortunata, rispetto ad altre madri, lei sente il figlio. Ne ha un ricordo rinfrescato. Altri nemmeno quello. Una fortuna che nessuno vorrebbe mai possedere, eppure così preziosa. Almeno dal suo punto di vista.

Faremmo meglio a capire, in questa foga di dare un’etichetta a tutto, che l’orrore non ce l’ha un’etichetta. E forse, invece di cercarle, faremmo meglio a star zitti e ricordare. In silenzio.

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