L'amico Tascio



Un momento tragico per i genitori è quando devono insegnare che certe cose è meglio non dirle. Quel passaggio criptato tra la verità occulta e l'offesa sbandierata. Il passaggio preciso fu per me da piccolo, quando a casa avevamo un nostro caro amico che frequentava un'altra persona dai gusti discutibili. I miei genitori lo avevano soprannominato "l'amico tascio". "Tascio" in palermitano è un termine che riassume il concetto di pacchiano, dotato di poco gusto, insomma, tascio è tascio. Ebbene io in casa sentivo continuamente questa definizione, l'amico tascio. Per me poteva significare qualunque cosa. Cosa significasse davvero, lo scoprii presto, quando io e i miei genitori lo incontrammo per strada, lui ci salutò cordialmente e io dissi "ehii, mamma, papà, guardate, c'è quello di cui parlate sempre, l'amico tascio!!". Mio padre credo si sarebbe nascosto volentieri come i camaleonti, mia madre rimase pietrificata. Più tardi, si resero conto che l'errore era stato loro. Che avevano liberamente parlato di fronte ad un ordigno verbale pronto a scoppiare ovunque, quale può essere un bimbo. Mi spiegarono pazientemente che ci sono cose che possono essere dette e altre no, che alcune parole è meglio che rimangano in famiglia e che magari prima di far uscire certi termini, meglio che io avessi chiesto a loro, ad esempio la parola "tascio" era meglio non dirla. Ascoltai a capo chino, imbarazzato (fintamente, ci voleva ben altro per scatenare la mia vergogna). Quel giorno stesso arrivammo al mare, alla Torre, uno stabilimento vicino Mondello. Io scesi dalla macchina e uscii con lo stesso entusiasmo che prima tanti lutti umorali aveva arrecato alla famiglia, intravidi un'amica dei miei genitori, si chiamava Anna Maria Savarese. Le corsi incontro felice, mi faceva simpatia immensa, urlando "ehi mamma, ehi papà, guardate, c'è Anna Maria Savarese!!", cominciai a correre, poi a metà percorso inchiodai. Frenata brusca. Tornai indietro, pensieroso. Muto. Poi a bassa voce chiesi a miei: "ma la parola "Savarese", la posso dire o è offesa pure quella?", mio padre non rispose, mi mandò via, con un gesto secco della mano, guardando mia madre con l'aria di chi diceva "nostro figlio non ha capito un cazzo".

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