Anfore e vecchi rancori



Mio padre aveva una strana maniera di rimproverare. Lui non ti rampognava aspramente senza possibilità di replica. Il suo era più un processo penale di stampo moderno. Non un Torquemada di cazziatoni. Ad un certo punto, finito il vortice di minacce (mai attuate), sanzioni (ritirate in gran segreto da mia madre), urla (coreografiche e pittoresche ma non letali), seguiva una fatidica domanda che ti poteva ancora far sperare nelle attenuanti generiche. "Perchè lo hai fatto? Tu spiegami perchè e io sono disposto a capirti". Certo, dovevi essere convincente. Non potevi mica dire "ho sentito le voci che mi ordinavano di farlo", oppure "è Dio che lo vuole". Bisogna però dire che lui era incapace con chiunque di mantenere una linea rigida di embargo. Tranne una volta. Una volta no. Eravamo a casa nostra. Una di quelle occasioni conviviali con amici, in cui si passava da partite a carte fino a discorsi dei massimi sistemi. Immagini che ho nitide e a cui associo le canzoni di Gaber, che gli facevano da colonna sonora. I loro discorsi erano infervorati. Tanto che spesso temevano che i vicini si lamentassero del rumore e abbassavano la voce. Fino a che i nostri vicini, non ci vennero a pregare di tenere la voce alta. Perchè i discorsi erano talmente interessanti che quando parlavano più piano si perdevano pezzi importanti. Quella sera gli amici avevano una figlia. Molto vivace. A mio padre avevano regalato una piccola anfora che aveva una particolarità. Anzi due. Era antica e su questo non ci pioveva. Ma era anche sana. E questo era il bello. Intera. Due volte la bambina si avvicinò, era piccola ma non incapace di intendere. Due volte mio padre le disse gentilmente: "amoretesorogioiadiziotuo, non avvicinarti che la puoi rompere". Sicuro che il metodo Montessori corretto con due gocce di Prof Zanca avesse funzionato, mio padre si distrasse. Passarono dieci minuti. La bambina gli arrivò alle spalle. Mio padre si girò appena in tempo, picchettato su una spalla da lei. Aveva in mano l'anfora. Aveva. La lasciò davanti al terrore puro di mio padre. Una scena al rallentatore lunghissima. Quanto lungo fu il suo urlo mentre si protendeva a salvarla. Fu la prima e unica volta che vidi un'anfora letteralmente polverizzata. Anche perchè la bimba non l'aveva proprio lasciata, l'aveva scagliata a terra con forza centripeta notevole. Mio padre passò i successivi venti minuti tenuto da tutti gli adulti. Ma non aveva intenzione di far male a nessuno. Credo non abbia mai messo le mani addosso a nessuno in vita sua. Il problema era che con aria da invasato chiedeva a due centimetri dal naso della piccola, quella formula tanto sentita: "perchè lo hai fatto? Perche?? Tu spiegami perchè e io sono disposto a capirti!". Non glielo disse il perchè. Credo sia rimasto uno dei suoi grandi interrogativi. Per parte mia, continuai a fare minchiate, ma mi dotai sempre con una logica ferrea di spiegazione.

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