La preghiera del matto



Ascolto spesso una canzone. Si intitola "la preghiera del matto". La amo perchè descrive l'universo incrinato e corrotto di un uomo che non ci sta a vivere secondo le leggi morali e prevaricanti del mondo che lo circonda. Ha un passo diverso, un passato che è meglio non raccontare, anzi dimenticare. Ha avuto accanto "coscienze poco attente alla vita, opulente e sposate tra loro". Questa canzone viene sempre introdotta dal suo autore da un discorso molto bello e lineare. Il concetto è: se ti spacchi una gamba fai tenerezza e crei attenzione, se ti si spacca qualcosa dentro, sei quasi sopportato. La gente ti guarda come uno senza speranza, ti dice "esci, svagati, cosa fai in casa". Questa fretta che fa individuare facilmente il dolore fisico è sempre più figlia di questo circo che contorniamo di falsa socialità. Per tutti se qualcuno è apparentemente allegro, è perchè lo è di suo. E invece oltre l'insegna del parco divertimenti, magari nascosto in qualche anfratto, c'è un ottovolante particolarmente ostico da fare. Ma anche se il giro è gratis non ci va nessuno. Affrontare le curve emotive profonde fa paura. Meglio la superficie dell'abisso. Ma non solo. Meglio farsi una propria idea customizzata della persona che abbiamo davanti, senza provare nemmeno a varcare la soglia del suo finto parco attrazioni esteriori. Gli assegniamo un mondo ed un carattere d'ufficio, come si fa con gli avvocati in tribunale. Abbiamo deciso che è come pensiamo noi. Più lineare, più facile. Sia da apprezzare, sia da sfanculare. Poi che dentro le pupille, abbia delle incrinature profonde e lo sguardo con davanti una strada che non ha un nome, poco importa. Noi non intendiamo togliergli quel vestito esistenziale che gli abbiamo cucito addosso. Anche secondo le nostre morali fasulle e borghesi e i nostri pregiudizi. Se qualcosa non va, se si litiga, il disagiato è sempre l'altro, l'altro viene indicato come portatore di problemi e "sicuramente sta male". La gente sta male, senza capire che dicendo così scordiamo le persone. Forse è per questo, che spesso c'è un sottobosco di uomini che fanno scelte che la morale pubblica condanna, per poi averne più perverse nel privato, per questo figlie e figli occultano i loro dolori manco fossero il Graal. Per questo donne si sottraggono alla gogna mediatica della loro libertà per paura. Perchè vogliamo il paradiso del giudizio altrui. E viviamo in un inferno, in cui a volte, viene voglia di fare come Al Pacino nell'avvocato del Diavolo. Abbracciare i peccatori, che peccatori non sono mai.

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