La ruota dentata


Che non mi arrendessi facilmente, non era ancora chiaro a tutti. Più che altro non lo era in che disciplina non mollassi senza vendere cara la pelle. A quattro anni la notte non dormivo mai prima delle tre, i miei genitori disperati, ricorsero all'aiuto di un pediatra, che disse che bastavano poche gocce di un medicinale che mi prescrisse. Poi con aria da pediatra super esperto e prudente disse: "mi raccomando signora, poche gocce, non esageri o è pericoloso". Mia madre portò il flacone a casa che sembrava avesse il Graal tra le mani, datogli dall'ultimo Templare in punto di morte. Sembrava Cagliostro, mentre mischiava sapientemente acqua e contenuto del flacone/calice. La notte dopo il medicinale funzionò, ma non come pensavano. Io non solo non dormii, ma passai tutta la notte a saltare sul letto come un indemoniato. Ero una sorta di spot della Permaflex degli anni 70, in refrain: "bidibodibù, bidibodibye". Ma la vera rivelazione, l'illuminazione divina delle mie capacità fu data da una sera in gelateria. In una località balneare vicino Palermo, Sferracavallo. Mi avevano comprato una macchinina di quelle che si trascina con la cordicella. Oltre a camminare però, il trabiccolo aveva una sinistra caratteristica, una ruota dentata metallica interna, che mentre camminava faceva "tactactactactactac". Iniziai a fare come mio solito. Ovvero prendere possesso dello spazio peggio di un Vegano (abitante di Vega, absit iniuria verbis) incazzato a cui ancora Goldrake non ha dato una lezione. Ovviamente le mie corse in slalom speciale tra i tavolini degli astanti, erano contornate dal rumore sfrangiagonadi della mia macchinina. Ad un certo punto mio padre venne consigliato da un amico al tavolo con lui, di provvedere. Stava guardando gli altri presenti al bar, che mi vedevano con la stessa comprensione con cui avrebbero guardato la pioggia dopo aver lavato la macchina. E anche con lo stesso amore. Mio padre si alzò e con tirannia da denuncia all'ONU, mi tolse la ruota dentata della macchinina. Il problema è che io volevo proprio ottenere che la macchinina facesse rumore. Per cui piansi. Credo 40 secondi netti. Dopo aver dedicato il giusto tempo al dolore e al trauma, trovai una alternativa valida. Se il rumore non veniva a me, sarei andato io da lui, iniziai a trascinare la macchinina, riproducendo a voce, a cappella, il rumore che faceva il marchingegno. Il risultato fu, che tutti ascoltavano un bambino che girava facendo con la bocca "TOTOOOTOTOOOOTOTOOO". Ovvero il rumore che secondo me fedelmente riproducevo. Il risultato fu che una delegazione di clienti, si arrese, in maniera anche sportiva bisogna dire. Andò da mio padre sconfortata. Mio padre sulle prime temette che le colpe dei figli ricadessero sui padri. Invece uno di loro disse: "senta, per favore, suo figlio è di gran lunga più fastidioso del rumore che fa la macchinina, la prego, rimetta la ruota dentata, faccia tornare la pace.". E così fu. E mentre mio padre mi guardava andare via, pensò che aveva capito la disciplina in cui eccellevo e non mi arrendevo. Rompere i coglioni ad oltranza. Fino a traguardo raggiunto. A costo di protestare per una ruota dentata.

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