L'Eco di Josè




Dalle mie parti c'è un proverbio. Chi si innamora di occhi capelli e denti, non si è innamorato di niente. Per carità, l'estetica è importante, in questa vita di selfie al bagno "appena svegli, al naturale", ovvero dopo ore di trucco che manco a Hollywood. Però alle volte, occhi più attenti e curiosità più scimmiesche portano sorprese che non ti aspetti. In un tempo senza pazienza, molti dicono che stiamo peggiorando. Che ci stiamo abbrutendo. Mostrarsi con le proprie aspirazioni più profonde invece che in viso, è più pericoloso. Confessare le proprie storture e i propri fantasmi, assolutamente sconsigliabile. Se lo fai, minimo "qualcuno che vuole il tuo bene", ti prende dal braccio e ti porta in privato, accusandoti di essere pazzo, a mostrare il fianco così. A volte mi chiedo cosa succederebbe se provassimo ad investire un corposo pezzo del nostro voler bene, così, senza ritorno. Solo per il gusto di farlo a qualcuno che a sensazione lo merita. Non si muore. Non è letale provare ad andare oltre la crosta. Anzi, potrebbe essere sorprendente. La crosta. La nostra buccia. Una esteriorità che dovrebbe garantire per noi. Tempo fa un giornalista italiano conobbe Josè Luis Chilavert. Un portiere paraguayano che a guardarlo hai paura. Paura vera. Un Tyson indio, che in campo non le mandava certo a dire. Presuntuoso e arrogante. Ibrahimovic al confronto è uno con problemi di autostima. Josè non era proprio un portiere armonico, era una belva di muscoli. In più, non solo parava, ma segnava pure. Su punizione, su rigore e su azione. Ha fatto una sessantina di gol. Un buon centrocampista firmerebbe a vita per il bottino dell'indio. Già questo porta oltre il miraggio del primo sguardo. Un portiere goleador. Ma lui non si fermava qui. Quando il giornalista italiano lo chiamò per una intervista, Chilavert non parlò quasi mai di calcio. Parlò della gente del suo paese, del riscatto sociale dei poveri, parlò del fatto che la cultura è importante per andare avanti. E confessò di divorare un sacco di libri, partito da Garcia Marquez. Chiudendo la conversazione, il portiere chiese al giornalista un favore. "Ho sentito che in Italia è uscito il nuovo libro di Umberto Eco, io lo ammiro, vorrei conoscerlo e stringergli la mano. Potresti farmi avere una copia del libro con la sua firma?". Il giornalista rimase di sale. Pensava di parlare ad una belva, trovò un uomo con un'anima dolcissima ma ben nascosta, in un corpo da buttafuori da discoteca. Ovviamente mantenne la promessa. Chilavert ebbe il suo libro. Ad Eco spiegarono a chi era destinato. Il professore accennò un sorriso. E firmò: "a Josè, Da Umberto Eco".

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