Non sempre è un calesse



Siamo dei ciechi e viaggiamo come dei barboni a cercare il rifugio giusto. Protezione tiepida a tutte le sconfitte che il mondo ci appioppa come medaglie al valore, anzi, al disvalore. Ci chiediamo spesso in questa epoca che cosa ci muova, cosa agiti la nostra anima. O meglio che collocazione trovargli, tra una esposizione in vetrina del nostro ego egoico e un impegno che non sappiamo più prendere. Non perchè non vogliamo, è che è diventato scivoloso, viscoso, difficile. Impegnarsi significa proteggere. Io non ho mai saputo cosa significhi innamorarsi, essere amici, volere il bene. Sono andato a tentoni. E ho sbagliato. Sembra di sì, visto che vedo luminari delusi ed entusiasti a bruciatura breve. Non ho molte nozioni sull'amore, almeno non quelle letterarie. Leggo male. Non ho i classici a bagaglio. I grandi poeti che affascinano. E le composizioni maledette che ormai sostituiscono il cartaceo qui, dove tutti abbiamo un talento. Allora stamattina, in un caffè prematuro di una notte difficile, sentivo la casa respirare regolarmente di un respiro non mio, che insolitamente era tachicardico. Ho acceso luci più tenui e ho cominciato a cercare i libri già letti. Per quella memoria spolverata, per pagine che abbiamo amato il tempo di riporle e forse avremmo dovuto aver più attenzione. Ho aspettato che qualche dorso col titolo mi chiamasse. In un libro di quelli che ho ammucchiato per riguardarli, ho trovato un racconto su Massimo Troisi. Lui amava il calcio. Da morire. Con una maglia e delle scarpette viveva una vita felice. Solo che il suo cuore era un giudice implacabile. Allora quando giocava, gli amici avevano escogitato un dolce inganno. Sapevano che se lui avesse capito che lo accudivano, si sarebbe sentito umiliato, quanto già non lo fosse per una malattia che gli succhiava la vita. Se erano suoi avversari, non lo contrastavano più di tanto e lo lasciavano giocare, se erano suoi compagni, cercavano di passargli la palla non troppo lunga per non farlo correre. Io non lo so cos'è amare. Però mi sembra tanto vicino a questa immagine qui, degli amici di Massimo. Prendersi cura, anche a volte con accudimenti congiurati, fare il possibile per esserci, anche provando a far finta di nulla, proteggere, proteggere dalla paura. Quella cosa che ci fa stare da cani, quando dormiamo da soli, quella angoscia di non avere tempo di coniugare il futuro come si deve. Questo, forse, è un amore. Magari da incoscienti, che trovano un buon posto in cui dormire. E per una volta la notte è meno dura. E quello che proviamo non è un calesse.

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