Alfred e la resistenza




La chiamano giornata della memoria. 27 gennaio.
Non è solo memoria dell’orrore. Ma memoria di resistenza. Si ricordano le deportazioni, chi non ce l’ha fatta. I principi di questa battaglia che nessuno avrebbe mai voluto combattere per i propri diritti violati. Anna Frank, Primo Levi.
Eppure.
Eppure ogni anno, sembra che non si sia guardato bene tra le righe. Ogni anno salta fuori qualche nuova storia, mai raccontata, o narrata distrattamente.
Tra tutti quelli che dai campi di concentramento si sono salvati scappando, c’è anche chi lo ha fatto nuotando. In un mare di tormento e vessazione.
Si chiamava Alfred Nakache. Era nato in Algeria, Alfred. Aveva paura dell’acqua, poi un giorno si tuffò e capì che il nuoto era la sua vita. Il vento freddo delle persecuzioni razziali lo aveva già respirato prima del 1936 a Parigi, dove viveva. E nuotava bene. Da Parigi andò via perchè prima che la sua dignità era stata tradita la sua fiducia. Entrava in vasca e veniva insultato. Un ebreo non può gareggiare per i Francesi. Così scrivevano i giornali. Alfred scappa a Tolosa, ma decide lo stesso di non arrendersi, nel 1936, con un clima da nubi nere di guerra, va lo stesso alle olimpiadi di Berlino. Gareggia e arriva quarto. Poi negli anni successivi record francese, europeo e mondiale.
Nonostante quelle strane correnti di pensiero che non lo fanno nuotare bene, Alfred va avanti. A Tolosa conosce sua moglie, hanno una bambina. Nakache non è più cittadino francese, revocata la cittadinanza.
Il 20 dicembre 1943, lui e la moglie saranno arrestati e deportati, la figlia subito dopo verrà trovata e fatta partire anche lei. Si pensa ad un collaborazionista, per la precisione un ex nuotatore che non ha mai sopportato Nakache.
Il treno della sua vita, lo porta ad Auschwitz. Dove perde di vista moglie e figlia. Fa amicizia con tutti Alfred, è un tipo tranquillo, ma tenace. All’interno del campo diventa una sorta di giocattolo, l’attrazione del potere. Sapendo che è un nuotatore, ogni giorno, per tutto il giorno, a temperature polari, ufficiali e soldati a riposo, lo faranno tuffare in una vasca di acqua sporca. Lo scopo? Divertirsi a fargli recuperare dal fondo oggetti che loro buttavano dentro. Sono convinti che prima o poi Alfred esploda, che diventi vulnerabile. Invece no. Alfred addirittura, quando loro si stancano, gli chiede col sorriso di continuare, che così si allena, si tiene in forma. Tutto nella speranza di rivedere moglie e figlia. Parla con tutti Alfred, anche con un omino garbato e colto, che incontra spesso nel campo. Nakache, tuffandosi e riemergendo, ce la fa, scappa dal campo, perde un amico pugile che non ce la fa, perde di vista l’omino garbato. In Francia ritorna, dopo la guerra, pesa la metà, gli amici lo faranno mangiare come un bufalo. Vincerà ancora, gareggerà ancora, si risposerà con il dolore dell’ignoto, di una famiglia fantasma di cui non sa più nulla. Morirà come è vissuto. Nuotando. Un attacco di cuore durante la traversata di un golfo. I compagni dicevano camminasse come Chaplin, forse di lui aveva anche questa grande forza, tragicomica di non arrendersi. A proposito, l’omino incontrato al campo, con cui Alfred parlava, si salverà anche lui, garbato e cortese. Si chiamava Primo. Primo Levi. Anche lui non scorderà mai. Nemmeno oltre le giornate di memoria.

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