Il san Valentino di Marco


L’anima è costretta in un corpo, quando diventa leggenda, l’anima deve andarsene dal corpo. È facile, un ragionamento logico. Possono attaccare il tuo corpo, possono farlo ingrassare, dimagrire o invecchiare. L’anima non possono toccarla.
Possono dire che sei fasullo, possono dire che ti imbottivi di schifezze, ma avranno solo il guscio. Possono prendermi un braccio, una gamba, possono dirmi che non farò più un metro senza qualcuno che mi accompagni, possono chiudermi in un ospizio e prendere la chiave , darmi semolino e farmi vedere il parco un’ora al giorno. Ma non potranno fare nulla a lei. Lei potrà sentirsi degradata, si agiterà come una lucertola schiacciata, ma a differenza di una lucertola a lei possono portare via anche la testa, ne avrà subito una nuova. E un’altra e un’altra. È lei che soffia dentro questa carcassa è di lei che sento il grido in questa notte di silenzi, è solo lei che mi chiama al telefono mentre sto attaccato alla tazza del cesso, è solo lei che tratta con me il prezzo della tenebra che ci avvolge.
Noi eravamo una cosa unica, la sentivo, avvolgermi con il suo calore nelle vette innevate, darmi aria nelle strade cotte e liquefatte dal sole. Lei era lì, dietro di me se c’era da spingere, davanti a me se c’era da incitare. Anche quando non c’era nessuno lei c’era. Anzi quando non c’era nessuno era meglio. Chi vince è sempre solo? No, c’è lei. Lei anche da soli si metteva accanto a me e si strusciava come un gatto. Era buona, non mi faceva mai pesare quanto dovessi tutto a lei e a lei sola.  Lei è con me, tra queste mura, permeante, avvolgente.
Lei non le mie gambe, lei non il mio sponsor, lei non la mia testa, lei lei lei. Senza uno scopo, senza un utilizzo, lei esisteva e io vincevo, io ero il motore che muoveva quelle due ruote, ma lei era il carburante. Nonno, non è in me che hai acceso un lumicino poi diventato incendio, ma in lei, che cercava la maniera di venir fuori, tu l’hai istigata, incitata, sei il mandante di questo trionfo improbabile, tu mi hai dato per primo una bici, il veicolo che mi ha fatto metà uomo e metà Dio, il più scassato degli Dei, quello che più di tutti si fa troppe domande. Se fossi nato archivista, nonno, nessuno mi avrebbe imitato. Nessuno avrebbe avuto lacrime di gioia per me, nessuno a rasarsi i capelli o farsi il pizzetto biondo. Nessuno avrebbe qualcosa da dire se io da domani decidessi di non svegliare più questa carcassa.
Se fossi archivista. Non amori tra onde di folla non il mio nome tra giganti, ma scartoffie, faldoni e il dna di un padre che farà un figlio a sua volta archivista.
Non sono cresciuto, non sono invecchiato, non sono partito, non sono tornato, non ho mai vinto né perso, ha fatto tutto lei. Non a caso è femmina e come tutte le femmine decide anche per il più grande degli uomini.
Si sta facendo tardi e mi gira la testa, adesso che sto in questa stanza calda e accogliente, una stanza piccola quanto un ventre di madre, che mi accoglie e mi fa rinascere. Non archivista, non leggenda, ma neanche quello che è stato dopo.
Io non posso fermare lo stillicidio del tempo e dei miei detrattori, non posso dire più cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Io non devo giudicare chi mi giudica, io perdono chi non perdona. Io ti guardo e mi sento un po’ te, vorrei venire con te, ma prima mangio un boccone. A pancia piena ragiono meglio, mi si sazia il dubbio e l’incertezza, adesso che ho mangiato lo so. Io che sono unico, vorrei essere te che mi hai reso unico. Vorrei essere la mia anima e staccarmi da me e magari incrociare Cupido che in questa notte di S. Valentino vaga per la città, se mi affaccio al balcone siete tutti innamorati, per stasera mi sembra che ognuno abbia qualcuno che lo capisce, che lo comprende ma che è anche pronto a criticare se fa una cazzata. Io avevo sempre ragione, vincevo e avevo ragione, stravincevo e avevo ragione e amici e persone che volevano essere come me che vorrei essere come te, adesso. Nessuno che mi abbia mai detto “hai fatto una cazzata”. Io non so se ne ho fatte, non so se chi prendeva il mio braccio e mi proteggeva lo faceva per sbranarmi, io non ho mai lasciato la presa per primo, anche quando potevo piantare le tende del mio impero sulle pance di chi mi voleva far fuori. Io sono stato più forte di tutto, io sono indistruttibile, non temo i gatti neri che mi attraversano la strada, io sputo per terra indifferente levandomi di dosso i parafanghi delle macchine che mi investono. Io reggo il gioco, ma non sono io. È lei. Papà, mamma, amore mio, chiunque mi abbia conosciuto, adesso avete un guscio, che parla, fa la sua parte dice una battuta e ascolta l’effetto. Ho perso il sostegno, la stampella. Vedo che va via, adesso. Lo aveva detto tante volte che sarebbe andata via, adesso invece lo fa. È non potrei riacchiapparla nemmeno se ridiventassi “il pirata”. Lei ha la mia bandana, lei si veste di giallo, lei vince il Giro e il Tour, lei. Io sono solo un corpo che hanno chiamato Marco e adesso chiudo gli occhi e mi butto al suo inseguimento e non torno più in questa che adesso è una ostile bara di muri che reclama e avrà il mio corpo ma non me che volo come lei e macinerò ruote e metri, come quando ero il pirata e nessuno mi raggiungeva e non c’era Pordoi che mi resistesse.  Sono ancora qui e non mollo, dovessi arrivare fino in cielo per battere, almeno una volta in volata, la mia anima.


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