La protezione incoffessabile




Non lo avrebbe confessato mai. Mi accudiva da lontano, facendo finta di niente. Era capitato che da un momento all'altro, mio padre si trovasse da solo a vivere con un figlio non proprio ragazzino ma nemmeno adulto fatto e finito. Come se d'improvviso, dovesse fare anche un ruolo che non gli competeva. Erano le prime uscite da patentato, i primi raid notturni senza dare orari. Dapprima provò con una tattica che adesso definirei degna di Trump. Innalzamento dei muri e coprifuoco. Un giorno venne con gli occhi di bragia e mi disse:"da ora in poi in questa casa si fa come dico io e guai se disubbidisci!". Capirai, io abituato da anni a vederlo come la parte conciliante e tollerante della famiglia lo guardai con meraviglia, come se avessi realizzato che un alano piovuto dal cielo ci avesse cagato in salotto. E gli risi fragorosamente e irrispettosamente in faccia. E lui sportivamente disse: "io ci ho provato, essere autoritario non è cosa mia". La sua non era educazione presa dai manuali, erano tentativi fatti a volte col cuore a volte a cazzo. Ma mai con cattiveria. Appurato che non riusciva ad imporsi, mio padre iniziò a far finta di lasciarmi fare. Quando uscivo faceva la parte del padre moderno e menefreghista, ci mancava mi salutasse col cinque e mi dicesse "bella fratello". Appena uscito, iniziava un giro di telefonate ai miei amici, per poi farsi dire che era tutto a posto. Il sublime lo raggiunse un giorno. Io andai all'università. Al ritorno incontrai una ragazza. E si sa, a volte in queste occasioni gli esseri umani perdono la cognizione del tempo e rinnegano tutto, famiglia, amici e addirittura si vocifera, compagni di calcetto. Lei mi chiese di fare strada insieme, ma abitava da tutt'altra parte, rispetto a me. Per cui non tornai a pranzo. Arrivai verso le quattro del pomeriggio. Lui mi guardò quasi superficialmente. "Ah, sei tornato, eri fuori?". Io quasi mi offesi, per questa mancanza di attenzione. Andai nella mia stanza. Da lì sentii un mormorio sommesso, mio padre al telefono che diceva: "grazie, sì, è tornato a casa, stai tranquillo, a posto.". Uscii che lo sorpresi col telefono in mano ancora caldo di misfatto. Gli chiesi chi era tornato e con chi stava parlando. Confessò che era preoccupato dal non vedermi tornare, allora aveva chiamato un suo amico poliziotto, per dirgli se poteva magari controllare un pochino. Poi mi disse: "è che non voglio farti sentire un ragazzino, ma mi preoccupo quando non ci sei e non so come proteggerti.". Forse mi sono dilungato, ma è solo per dire che quella sensazione di fianco coperto non l'ho più provata. E forse è giusto così. Mica da adulti si può pretendere qualcuno che ti ami così e ti dica che andrà tutto bene? E con questa discrezione poi.

Powered by Blogger.