Il pescatore che insegna gli addii



Quando ci rendiamo conto che un rapporto è alla fine, si innesca spesso un meccanismo perverso. Attaccarsi agli sfilacciamenti, non rassegnarsi al fatto che ormai bisognerebbe solo tatuare la parola fine e lasciare tutto il più possibile integro. Niente recriminazioni, niente versioni parziali della storia per avere un pubblico consenziente.

Esistono molti modi di dire addio, alcuni sono psicodrammi veri e propri, il termine di amicizie e amori viene innalzato a crimine contro l’umanità. Noi siamo la parte lesa, i martiri. Uno dei modi meno cruenti del salutare qualcosa di bello, forse è togliere gradualmente. Accorgersi che alcune tessere non coincidono, che il mosaico non sta venendo come vorremmo e pian piano provare a recuperare qualcosa di nostro. Può succedere ogni giorno, per una frase sbagliata, un comportamento rivelatore, una condotta che non ci trova d’accordo. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto, solo non si è confluenti e non si sente quella simbiosi di fiducia e sentimento. vale ovunque, nel lavoro, nella vita a due, ovunque. Se si è bravi e misurati, ci si ferma in posti più riparati.

Che ogni tipo di realtà sia a volte da alleggerire fino all’osso, ce lo può insegnare questo signore qui. Josè Salvador Alvarenga. Un giorno di novembre del 2012, Josè parte per fare il suo mestiere, il pescatore. Da Costa Azul in Messico, fa i suoi bagagli per una battuta di un giorno e mezzo. Porta un aiutante. Ezequiel Cordoba, definito in maniera poco ottimistica più bravo come calciatore che a pescare. Scoppia una tempesta e i due uomini diventano la pallina del flipper oceanico. Sballottati ovunque. In quel frangente iniziano le prime operazioni di rinuncia per salvarsi. Attrezzatura, vestiti, casse per contenere il pescato, tutto in mare.

Calmatasi la bufera, i due si trovano a fare i conti con quello che c’è, raccolgono recipienti di plastica in mare per bere acqua piovana, pescano a mani nude e mangiano pesci crudi. Il ragazzo più bravo a calcio che a pescare, muore per avvelenamento alimentare. Josè non si rassegna, come quegli innamorati che ancora si sentono parte di un amore vivo. Gli continua a parlare per giorni, continua a raccontargli storie. Finchè un giorno si bagna i capelli per riprendersi dal sole cocente, realizza che è finita e lo butta in mare. Dopo vari momenti di sconforto, Josè decide che se proprio questa è la vita che lo aspetta, non vuole assecondare una morte lenta. Amplifica i suoi sensi e comincia a far muovere la barca “sentendo le onde”, come educano in Polinesia.

A quel punto comincia una storia surreale. Una navigazione di 6700 miglia per 438 giorni, fino all’approdo in Micronesia. Vivo e irriconoscibile e tra i più begli episodi, le conversazioni con uno squalo balena, che si avvicina alla barca e si lascia toccare e accarezzare. Josè, che gli squali li cacciava, inizia a fare amicizia col “diverso”, che gli dà un aiuto insperato e un sostegno involontario. Fino al suo salvataggio.

La sua normalità dopo quel viaggio gli risultò pesante pari a quella di Ulisse, diceva che il soffitto di casa lo metteva a disagio, al contrario della volta di stelle vista per più di un anno. Josè non era più quello che era partito.

Forse è di lui che dovremmo ricordare le gesta. Quando nella nostra navigazione quotidiana si rende necessario il distacco. Alleggerire da ciò che serviva ma ora fa male, rassegnarsi che chi abbiamo davanti non è più come ci aspettavamo, magari non per forza per colpa sua. E non arrendersi, che magari qualcosa di bello, un amico insperato ed un cielo di stelle, sono lì a farci da stampella. Sta a vedere che impariamo come sopravvivere alla vita di sempre, da un pescatore itinerante.

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