Le tigri siberiane




Glielo dissi, glielo dissi proprio. “Sei sicura?”.
Lei di sì mi disse. 
Quando un mese fa cominciammo a pianificare la nostra breve visita a Palermo, parlando con Linda, dovemmo valutare dove andare a dormire. L’ultima volta andammo da cari amici, perchè prevalse la mia teoria, che la mia famiglia la penso come una tigre siberiana affamata. Ovvero, bellissima da vedere, ma da lontano. Visite brevi, simili più ad un blitz di forze speciali affettive. Baci abbracci, due aggiornamenti e via. Invece stavolta si decise: Andiamo da mia zia. 

Che poi non è proprio così, diciamo che ho la resistenza di una bistecca lasciata fuori dal frigo ad agosto. Primo periodo tutto bellissimo, poi arriva il momento dello stravolgimento storico degli avvenimenti accaduti in passato. Un torneo di rincitrullimenti a spolverare chincaglierie emotive accadute ere giurassiche prima. Poi arriva la parentesi orrorifica, specie se io sono compagnamunito. Il racconto di tutte le mie malefatte. Ora, ci vuole poco a capire che io non è che sia un englishman in New York, per comportamenti ed aplomb. Ma descrivere accuratamente la mia cacca fino ad arrivare alle delusioni amorose snocciolando nomi e cognomi, manco un collaboratore di giustizia arriverebbe a tanto. Diamine. 

Mia zia sì, può sfiorare vette di ricordi che nemmeno Coppi avrebbe osato affrontare. Così chiesi a Linda: “amore sei sicura che vuoi che andiamo a dormire da lei?”. Linda, con la sicumera che la contraddistingue quando non conosce il rischio disse che sì, che voleva lei, che era giusto così. E io, ancora una volta, feci come i carabinieri. Uso ad obbedir tacendo. Linda, amore mio, non conosce alcune cose e le affronta con la leggerezza di una cavia che passeggia in una gabbia di cobra. Per lei il traffico del Raccordo anulare di Roma la mattina non richiede due ore di levataccia per arrivare puntuali. Per lei un’ora di tempo per attraversare Palermo è “abbastanza”. Laureata in Trafficologia del centro sud, minimo. 

Prima di andare, pregai Linda di non dire nulla fino a tre giorni dalla partenza, svelare la missione con congruo anticipo avrebbe dato tempo a mia zia di elucubrare piani alimentari degni di un Cracco sotto Crack. A lei scappò di riferirlo diciassette giorni prima. Diciassette agonie. Mia zia, sapendo che io avrei reagito da belva ferita ad ogni suo tentativo di programmare i miei pasti di mezzo mese dopo, non mi chiamò e stilò il menù con Linda. Per mia zia anche se peso una piotta, sono sempre “spitittato”, per cui il primo giorno a 40 gradi all’ombra voleva farmi una teglia intera di sformato di patate. Sono riuscito a sventare tutto con un servizio di intelligence. Il suo sformato fu reso celebre dalle imperiture parole di mio padre: “rende onore al suo nome, sformato appunto, senza forma”. Sembra un plastico di Bruno Vespa di un ottovolante crollato.

Inoltre mi ha chiesto candida cosa venissi a fare a Palermo, le ho detto che venivo per la presentazione di un racconto ad un evento letterario importante. “E verrà gente? Hai avvertito? Non è che sei solo?”. Ho pazientemente spiegato l’uso dei social e della loro capacità di raggiungere (quasi) tutti, prima di bruciare la cornetta come un drago con il catarro. Quando le dissi che sarebbe stato domenica mi ha risposto “la domenica però a Palermo c’è tutto chiuso, sei sicuro che non hai sbagliato giorno?”. E ancora non avevo messo piede in terra sicula. 

La permanenza da lei è cominciata nel migliore dei modi. Noi che abbiamo passeggiato a piedi per Palermo, non dandole orario di arrivo per lasciarla tranquilla, ci sbagliavamo. Arrivati sotto casa, veniamo anticipati nella scampanellata, dalla sua apertura di porta, era stata in temperature da deserto del Gobi, affacciata alla finestra, chiamando mia madre ogni mezz’ora a 1000 km di distanza. Se avessimo ritardato un altro po’, mi sarei trovato la Sciarelli a fiutarmi le chiappe. E non sarebbe stato bello. Per lei. Una apprensione a metà tra amore e Shining. Appena entrati ha mostrato a Linda la casa, in un impeto di ciceronismo le ha anche detto “questa è la doccia, il bidet, il lavabo, servono per pulirsi”, come se lei venisse dal pianeta Nobidet e si lavasse con le cortecce di frassino. 
Venuto il momento di uscire di nuovo, non ha voluto darmi le chiavi. “ti apro io così so che sei tornato”. Il mio essere genitore da tempo, con un’età per cui non c’è bisogno che mi mettano il seggiolino in macchina, ha subito una brusca incrinatura di autostima. Infine in casa non potevamo muovere un passo che lei arrivava ad accudirci. Io andavo a bere in punta di piedi all’alba, mentre dormiva, pur di non sentirmi chiedere “che c’è Ettore, tutto bene?”. 

la ciliegina è stata quando le ho detto prima della presentazione “domani vieni allora a vedermi?”, la sua risposta disorientata: “perchè domani che c’è? Io devo andare a messa, se posso poi vengo”. 

Perchè lei è così, mi ha sempre cercato di fare da mamma con una apprensione degna di genitori in zone di guerra. Mi ha sempre visto sottonutrito, ha sempre visto come un allegro gioco le cose che non rientrino in mestieri importanti. Mi voleva avvocato. Tuttavia è anche la donna che non si vizia con cose che si meriterebbe per poterci stare vicino il più possibile, che compra tre copie del mio racconto a prezzo pieno, non facendo pagare me e che alla fine quando mi saluta mi dice: “la più bella ricompensa è di vederti sorridere, sei sempre incazzato”. 

Perchè ogni famiglia è una tigre siberiana. Però ogni tanto te ne fotti e corri il rischio, e la abbracci, sicuro che non ti divorerà.

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