La resistenza gentile



Dicono che nei momenti di guerre o terremoti, quello che colpisce di più sia il silenzio irreale e assordante del “subito dopo”. Per qualche impercettibile secondo, minuto, dopo il crollo di tetti e case, sulle macerie scenda un tacere polveroso.

Poi arriva il dolore e la consapevolezza e tutto quello che da questa parte del mondo sentiamo come echi lontani.

Eppure altrettanto frequente, è la lezione che dovremmo imparare, per trasferirla nelle piccole guerre di ogni giorno, o nei piccoli terremoti esistenziali. E se ci riesce chi ha una casa crollata dietro le spalle, possiamo riuscirci anche noi, cui è crollato un pezzo di vita. 
La lezione è che tutto riprende in maniera quasi tribale, atavica, animalesca. Si ricomincia a non avvolgersi come gatti a leccarsi la ferita sottocoscia. Si fa un bel respiro grave e che mette in solaio quello che non si può ricordare. E si cercano i propri libri di scuola, tra le macerie, i propri oggetti cari salvabili, tra le macerie, i propri pezzi di vita finiti in macerie, tra le macerie. Girano spesso foto di ragazzi che il giorno dopo, ostinati come sani caproni, vanno riprendersi la loro vita di studi nelle case infestate da cecchini e colpi di mortaio.

E poi come una nenia antica, si canta, si ricomincia a sillabare una melodia, si ascoltano note, si cerca un ballo sgraziato, ma che sappia di reazione. Si suona. Lo ha fatto questo signore qui, Vedran Smailovic. E questa è una delle immagini più poetiche del mondo. Vedran che suona tra le macerie di Sarajevo. Era il primo violoncellista del National Theatre, quando scoppiò la guerra, si trovò come tanti, imprigionato tra mura che prima gli erano di famiglia. Un giorno seppe di 22 civili uccisi mentre erano in fila per il pane. Il suo gesto di ribellione, fu allo stesso tempo potente ed aggraziato, delicato come uno schiaffo di nuvole. 
Per 22 giorni, tanti quanti furono i morti, suonò tra le rovine in vari punti della città, ad orari diversi, incurante di chi avrebbe potuto tranciare tutto con una fucilata. Lo fece perchè quel modo era il solo che sapeva per dire: “ora basta, mi avete rotto i coglioni con questo prendervi tutto, anche la vita”. Non so se lo abbia pensato, magari gli sarà uscito in slavo.

Io non so se certe lezioni di resistenza ci possano entrare per endovena, ma sarebbe bello in momenti di guerra esistenziale, molto meno drammatica del mettere il piede su una mina antiuomo, imparare questa forma di ribellione gentile. Saper reagire creandoci uno scenario in cui magari prima guardiamo cosa ci siamo fatti, se siamo del tutto vivi, ci scrolliamo la polvere, recuperiamo ciò che è essenziale, solo quello, per una volta. Solo lo stretto che sta addosso. E poi cantiamo, quella canzone vecchia che ci piaceva tanto, la fischiamo, la intoniamo. E poi, digrigniamo i denti, e piano piano lo trasformiamo in un faticoso, costoso, ineguagliabile sorriso, pensando a chi come Vedran, sfidava pallottole vere, per rispondere con armonia. Possiamo fare lo stesso. Potremmo.

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