Fotografie dialettali






Racconto pubblicato su Repubblica Palermo il 12 settembre 2017

Dedicato alla mia compagna che ha diviso e capito la mia città con me e la mia nostalgia di lei.


Essere di ritorno, ricondurre la propria esistenza alle sue radici. La scalata di un albero al contrario. Nessuna nuova esperienza, nessun posto da scoprire, ma luoghi da spolverare, magari constatando che il tempo ha depennato la magia che ti sembrava avesse da piccolo. È che forse ti hanno spiegato il trucco.

E non dovevano, ma ti rovinano sempre tutto da quando ti hanno detto che Babbo Natale non esiste. Il ritorno ai luoghi dove sei nato è così, spesso il pretesto è la vacanza d’estate. Ferie che diventano parentesi quadre nel tondo circolare e ciclico di una vita che spesso volevi diversa. Calci ad un pallone con regole inventate, convivenze tranciate o risolte, continuate o dissolte. Gruppi che sembravano inscindibili, amicizie che sembravano imprendibili. Eri tutto nei luoghi in cui non hai più niente. Casa da un’altra parte, lavoro che fa giochi di prestigio e a volte sparisce e scappa, più velocemente del tuo amico. Quello forte che vi faceva vincere i tornei di quartiere, il fantasista che sembrava Maradona circoscritto da grate e spiazzi di mamme urlanti. Che da lì non ha avuto il coraggio di scappare e di fare davvero il calciatore.

Lì fuori il mondo fa paura, e se non ti ci lasciano a forza dietro la porta di casa, non te ne vai. Perché le radici natie sono robuste, perché a guardarle bene sono vive, pompano sangue, non sono radici, sono vene, sono vita. Quel posto del quartiere dove hai dato il primo bacio, fingendo di essere navigato nel mondo della vita, non eri nemmeno un marinaio che sapeva spiegare le vele, figuriamoci comprendere il mondo. Non sapevi di vivere in una città che riempiva i suoi contenuti di storia. una materia che a scuola amavi senza sospettare che quei vicoli, quei posti, alcune vie, ne avrebbero fatto parte e tu con loro, nella tua memoria visiva. Chi ti avrebbe mai detto che Capaci, dove andavi con la tua fidanzatina poi avrebbe avuto una data di scadenza.

Da consumarsi entro il 23 maggio? Chi ti avrebbe mai detto che quel sole nero del 19 luglio lo avresti visto affacciato ad una finestra proprio in quel momento. Che la diga con cui avresti guardato la tua città, prima e dopo, aveva una scritta prima incomprensibile come un codice riservato agli affiliati. 1992. Te ne sei andato che pensavi non ti sarebbe mancato nulla. Convinto che una casa si può costruire e una famiglia rifare. Che la tua parte di figlio di una città bellissima, buttana, fallace e mortale era finita e cominciava quella di padre. Convinto eri. Beato te. Ma la casa senza fondamenta dove la vuoi fare reggere? E le vere fondamenta a radici assomigliano.

Ti piaccia o no. E le radici per vivere hanno bisogno di essere vive e nessuno vive senza perdono. Lo sai, il rancore ammazza e non seppellisce, rovina dentro e fa fuori. E invece adesso giri una città che era tua, ne guardi strade che rileggi come un libro che avevi preso in epoca sbagliata, non ne capivi il senso, perché alcuni romanzi sono carichi di vita e si leggono carichi di anni. Tu che ne sapevi quanto preziosa fosse quella arte che lei, città bella pure zozza, ti porgeva sensuale quasi sbattendotela in faccia come una popolana volgare e bella, anzi biedda? Che ne sapevi che quello che respiravi era effluvio e malo odore che ti sarebbero mancati come ossigeno a chi sta sott’acqua e sarebbe tempo di risalire? Chi te lo diceva che la testa dentro quel mare la terresti fino a farti scoppiare i polmoni e fare indigestione di sale, che quel mare magari è uguale, ma come lo spieghi che non è così? Come fai a raccontare una vita che non hai fotografato se non dentro la tua mente? E che hai tenuto nella camera oscure delle cose che non vuoi confessare.

Perché fa male dire che sei tornato da turista nella città che diceva di averti dato la vita. Perché Palermo, in cui sei nato, ti ha concesso la libertà di accettare le sue radici così come sono, combatterle per quello che stringono fino a far male, andartene sconfitto che non è cambiato niente, o forse sì, o forse ci siamo sbagliati, ancora no. Bellezza ondivaga che richiama, che spolvera foto narrative e mnemoniche. Questo ti avrei voluto dire della mia città, Palermo, quando ti ho portata per la prima volta, quando te l’ho fatta guardare con i miei occhi e parlata con il mio dialetto.

Questo volevo dirti. Ma poi ti ho vista incantata, accanto a me che osservavi la sua bellezza, quella del mostrato e non detto. E ti ho lasciata fare, guardando incantato il tuo sguardo intenso su di lei. La più bella fotografia.

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