I feriti






I feriti non hanno memoria, non si ricordano di preciso quando si sono feriti.
Fosse per loro sarebbero feriti da sempre.
In famiglia sono il soprammobile sbagliato, quello che non ci voleva che te lo regalassero e che sta sempre nel mezzo. Se però un ospite nota il soprammobile, tutti ne decantano le lodi.
Se i feriti non fossero stati amati, sarebbe stato meglio. Saprebbero esattamente dove si trova il non amore. Invece no, sono stati nutriti con un amore tossico e leggermente velenoso. Una forma inconsapevole di assuefazione ad un allucinogeno che gli fa dire che amare è questo, altrimenti non si spiegherebbe.
Nascono con le mani sporche, con un errore in canna, i feriti. Quando si avvicinano a qualcuno sono goffi, procurano danni. E hanno tempo durante la notte.
No dormono pensando a come farsi amare meglio, come farsi dire che hanno fatto bene.
Crescono storti, perchè non sanno da quale parte tira il vento che li tiene su come si deve.
Col tempo imparano a fare a meno di tutti. E se una mano si tende, loro odiano la mano tesa. La odiano perchè non riconoscono aiuto. E anche perchè è arrivata tardi, quando ci si è abituati a non avere aiuto.
Sono istrici, chiuse a riccio.
A volte sono sensibili. Ma non fa bene. Perchè è come la carne sanguinante messa in acqua di mare. Fa un male cane. Un male istrice.
A volte provano a passeggiare spensierati e far finta che la ferita non ci sia. Allora iniziano a parlare in prima persona. La parola “IO”, diventa il loro autoerotismo. I feriti lo fanno. E fanno. Oppure mandano segnali. Amami, prenditi cura di me, io non merito questo. Credono di meritare, o di meritare troppo.
Non ascoltano, sono là, a guardarvi, ma sono altrove e quando tornano il discorso è già finito. Ma loro lo vestivano con la loro ferita e se non coincideva non era un discorso interessante.
Reagiscono male, malissimo se qualcuno scopre il punto esatto della ferita. A quel punto pretendono, esigono giustizia, urlano. E poi si ritirano, feriti. Oppure avevano fatto il callo, allora massaggiano la ferita e dicono “eccone un altro che mi ha provato a far male”.  
Non lasciano mai andare. Mai.
Poi però possono perdere la memoria, scombinare gli archivi, trovare la boccetta di veleno che gli hanno somministrato, scoprire la malattia, trovare la cura. Vanno avanti, ma non saranno mai ripuliti davvero. Qualcosa a volte li riporta indietro. Come proprietari di vecchi ombrelli dimenticati al bar. Potevano lasciarli là, ma li rivogliono. Ci ricascano. A volte invece gli ombrelli rimangono al bar e loro sono a guardare un tramono, un mare in tempesta. Un vento che schiaffeggia la faccia e fa meno male di altri schiaffi.
E si perdona prima di perdonare, il ferito.
E comincia a credere di guarire, il ferito.
E a volte, guarisce davvero.

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