Pantere e scimmie



Mi ricordo una volta una gita ad uno zoo di Brescia. Ero ancora nell’età in cui vedere gli animali superava di gran lunga il dolore di vederli in gabbia. Del resto ero abituato a Palermo, dove avevamo un leone scalcagnato di nome Ciccio, due anatre che per me erano la destinazione naturale del pane duro di casa e un pavone per giunta poco narcisista, gli avessi mai visto fare una ruota che fosse una.

Insomma una ricca produzione nordica di animali, in un posto che per me era la valle di un regno fantastico. Figuratevi, quasi mai uscito da Palermo, Brescia era quasi da Colonne d’Ercole.

Mi aggiravo tra le gabbie, tra la meraviglia di vedere gli animali e la mia fame cronica delle 12.20. Non scherzo, mio padre ci puntava l’orologio. Quando eravamo in viaggio alle 12.20 avevo fame. Non lo so, forse il fuso orario (?), forse lo sconvolgimento. Una volta provarono pure a percularmi. Mi dissero che erano le 11.30. Io risposi: “strano ho la fame delle 12.20”.

Ad un certo punto, contigue, vidi due gabbie. In una c’erano delle scimmie, tante scimmie. Litigiose, dispettose. Ma soprattutto urlanti. Urlavano sempre. Una imitava perfettamente una sirena di antifurto e se la combatteva con un’altra che invece aveva un suono più gutturale, quasi un motorino smarmittato. Se partivano all’unisono, sembrava che si stessero fottendo un motorino smarmittato con antifurto. Facevano un casino che al confronto il casino era silenzio da convento.

Accanto, fiera e regale, una pantera, nera. Lei invece si muoveva quasi compulsivamente. Ogni tanto mordeva la gabbia, addentava le sbarre e poi masticava il nulla, per il dolore dell’azzannamento. In silenzio poi tornava indietro, dentro la finta caverna, poi usciva e andava verso le scimmie, sbuffando per il loro chiasso. Le scimmie ne avevano paura, ma erano coscienti che non poteva raggiungerle, allora si facevano solo un po’ più indietro, urlando di nuovo a squarciagola, sedute, ondeggianti, la pantera invece riprendeva il suo lavoro da Conte di Montecristo, oscuro e inutile, mordere la gabbia, hai visto mai.

Non so, ma questa immagine mi è sovvenuta ultimamente, nel vedere tanti accesi confronti degli esemplari umani tastieromuniti che siamo. In ogni argomento, legalità, mafia, calcio, molestie, si innesca questa bella gabbia che è un social. Ci chiudiamo lì, urlando come scimmie, ognuna col suo tono, chi da motorino smarmittato, chi da antifurto. In quel momento, vogliamo solo che la nostra voce prevalga, sia assoluta e guidi i proseliti. Idem la scimmia vicina.

Accanto, in gabbie meno frequentate, c’è chi prova a fare lavori oscuri di cambiamento, orde la gabbia, perchè quello può fare e chissà che piano piano, le sbarre cedano. Una resistenza e un non arrendersi che forse al massimo scalfiranno il ferro. E si spera che qualcuno continui il lavoro. Come la pantera. Poi magari c’è chi si fa qualche domanda, magari si chiede se vorrebbe entrare nella gabbia delle scimmie, attratto dalla loro confusione, oppure andare ad aiutare la pantera, che mordendo in due forse il ferro si piega prima. Magari pensa pure che tra le scimmie sarebbe un numero, con la pantera sarebbe agire. E in questa epoca, già cominciare a farsi qualche domanda così, è già un lusso. Figuriamoci cominciare a mordere la gabbia. Qualsiasi sia la nostra. 


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