Hannibal Social



La mattina mi sveglio con la classica erezione idraulica. Illusione per molti, ma insieme a lei, che mi dà ancora speranza della mia virilità, c’è la fame. Unita all’ansia. Non so se ce la farò, non so se riuscirò a trovare il sistema. Sopravvivere qui è veramente dura. Lo senti da quella inquietudine che ti assale appena provi a mettere i piedi a terra.

A volte il cervello si mette in moto già di notte, sente i morsi, sa che per sopravvivere deve arrivare prima. Questo non è un gioco signori miei, questa è guerra. Qui arrivare per ultimi significa non trovare nulla, voi non sapete cosa può significare rimanere senza nemmeno qualcosa da dire, mentre tutti si sono già portati via un pezzo.

No, se non avete fame non avete futuro, rischiate persino di non potervi riprodurre più. Sopravvivono quelli che la mattina fanno come il leone che ha già in testa la gazzella. E quando si trova la preda bisogna essere già attrezzati. Io ho tutto. Lo porto sempre con me.

Come? Un migrante? Un rifugiato? Un uomo in zona di guerra? Peggio, molto peggio.
Io sono un influencer. Già, un missionario delle vostre opinioni, il prestigiatore il cui compito non è far apparire un coniglio, ma apparire, venghino signori, e attingano dalle mie opinioni.
Per chi non lo sapesse gli influencer sono i bengala di segnalazione nel buio di questi tempi, noi siamo sui social e lavoriamo, sì, è un lavoro. Un lavoro dirvi cosa va di moda, un lavoro apparirvi in tutta la nostra ricerca di parole, come oscuri predatori che quando le hanno trovate, si lavano, si denudano, si tolgono il grasso e il sangue della fatica e si presentano a voi come profeti del bello.

Sì, perchè, non ci leggete? Siamo quelli che le guerre sono orribili, che il terrorismo ci fa pregare per le vittime, rimirando un tramonto e interrogandoci sull’esistenza, siamo i martiri che parlano delle ingiustizie, da sopra un divano con il riscaldamento bene acceso. Certo, ogni tanto ci piace farci fotografare per strada, con le mani ben sporche, che non si dica che non facciamo del bene o non ci preoccupiamo dei più deboli, ma così, per caso. “la beneficenza non va mai ostentata”, siamo i primi ad urlare.

Siamo quelli che accettiamo umilmente le vostre lodi, mentre ci scrivete e ci inondate di like, perchè eravamo al pronto soccorso con un giradito, ma nel frattempo “abbiamo girato in reparti dove c’è gente che soffre davvero”. Ah, se facciamo qualcosa di buono, ovviamente siamo di megafono, ma con discrezione.

Come dite? Le difficoltà? Ma voi sapete con quale fame atavica dobbiamo alzarci la mattina, per scrivere qualcosa di sensato e profondo? Avete idea delle masse che ci attendono al varco, che dipendono dal nostro verbo e che cercano la nostra parola?
No, non ce l’avete, perchè non sapete che significa convivere con la necessità fisica di mostrarsi, di fotografarsi nei momenti più intimi, nel raccontare sviscerando le nostre gesta che costa ostentare, ma serve a farvi da faro. E così ogni giorno mi sveglio, guardo chi è morto, valuto se essere emotivo o cinico, a seconda che abbia una opinione profonda o che voglia un po’ far capire quanto disilluso sono, poi se non trovo nulla, cerco tra le notizie per fare una battuta ad effetto. Oppure per esprimere con parole solenni, la mia indignazione e la mia purezza. Ma sono un’anima dannata. Se mi vedeste mentre mi incazzo come tutti gli altri, ma nessuno lo descrive.
Se mi vedeste nelle mie piccole miserie quotidiane di un sorpasso non dato, di un aiuto ignorato, ma descritto accuratamente sui social.
Se mi vedeste nelle chat. Negli antri segreti dell’inconfessabile.
No, non vi piacerei, specie dopo aver postato la mia foto da bravo padre di famiglia, per poi ignorare mio figlio e leggervi con attenzione.
Non vi piacerei, perchè sarei il vostro specchio. Io sono come voi. Siamo quel branco di gazzelle e leoni che postano frasi su gazzelle e leoni e che poi fanno battute sul proverbio delle gazzelle e i leoni.
Siamo lo sciame primario che si indigna per un attentato, ma anche il secondario che elabora teorie in risposta a domande mai fatte. E siamo la terza onda, che critica le prime due. E la quarta che addita, lo fa sui social, ma dicendone peste e corna. I social sono la dannazione ma lo pensiamo sui social, siamo illuminati nella nostra bacheca fulminata.

Voi siete come me, vivete dell’applauso di questo pubblico virtuale, schioccato con una mano sola, mentre l’altra scorre la home. Siete gli ubriachi che tornano a casa con gli occhi pieni di opinioni che forse non ascoltereste nella vita reale, sono ubriaco come voi.
Sì, anche tu, anche tu che fai finta di non starci “che hai di meglio da fare”, poi subdolamente raccogli informazioni, sei attento ad ogni like ed ogni virgola di chi dici di stimare ma in fondo al cuore lo odi, prepari trappole per farlo cedere, uno in meno. Ma vivo, che sia il simbolo della sconfitta mentre tu sei un gradino più sopra.

Siamo tutti qui, con un occhio, con le mani, con l’orgasmo, con il telefonino ben posizionato sul comodino, ma col vibro mentre scopiamo. Il nostro sex toy con display.
Siamo i nuovi drogati. Risorgeremo dalle nostre tombe a forma di divano, con un’aria allucinata, aspettiamo l’opinione del più saggio. Ora scusate, è morto uno famoso, ma oggi mi tocca essere cinico.


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